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LA VIA DELL'EDONISMO CATARTICO

 

 “… Il sarto finendo di cucire la mia tunica, porta a compimento l’opera iniziata dagli Dei.”
(Anonimo Senatore dell’antica Roma)

         Se chiedessimo all’eleganza di parlarci della bellezza, essa ci direbbe che l’argomento è banale, poiché nulla vi è al mondo di più comune. Facendo  questa domanda, incassiamo subito una lezione importante. Partiti credendo di dover guardare verso l’alto, apprendiamo che lo scenario estetico si estende in ogni direzione. Noi abbiamo la facoltà di creare e di possedere la bellezza, ma l’eleganza possiamo solo evocarla o riprodurla. Essendo essa armonia, resta un attributo del cosmo e anche quella che abbiamo, non ci appartiene. Difatti ci risulta immediatamente ed universalmente riconoscibile, ma non riusciamo a definirla, ne possiamo trasmetterla. Ci basti ammirarla ogni giorno, contemplando la volta celeste o la grazia delle creature che viaggiano con noi sulla terra. La bellezza interrogata sull’ argomento ci direbbe che l’eleganza deriva da essa, come combinazione complessa di elementi semplici.

Occorrono decine di anni per apprendere tutto ciò che c’è da sapere, e altrettanti per dimenticarlo. Nella prima fase conta la disciplina, nella seconda il talento. Alla fine la sapienza diviene naturalezza, e la crisalide dell’uomo “ben vestito”, si muta nella rara farfalla dell’uomo “elegante”.

Questi non è l’uomo che possiede le cose più belle, ma colui che dopo aver tanto cercato, visto, conosciuto, si è poi consegnato all’oblio ( arrendersi…).

Con l’età l’uomo ha la possibilità di capire chi sia e cosa voglia veramente. Quando ha comprensione delle proprie debolezze, le trasforma in forza, e viceversa. Lo “stile” giunge alla sua più alta eloquenza e diventa….fascino!

L’uomo alla moda, per prevenire le critiche e affermarsi, segue sempre la corrente;
l’uomo elegante è ammirato; l’uomo di fascino è seguito. Il fascino influenza gli altri e può rendere memorabili e convincenti al di là di ogni palese difetto la sua forma più autorevole, detta carisma, vive ad un’altezza alla quale anche la vanità si è dissolta.

Il carisma non appartiene a chi usa una maschera, ma a chi è in grado di offrire una potente, immediata rappresentazione della propria storia e volontà ad ogni semplice stretta di mano. E’ rendere l’ordinario straordinario, non perché si fanno delle cose riconosciute da tutti come strabilianti, ma perché si riesce a mettere un atto di volontà-presenza-attenzione-intenzione in tutto ciò che si fa, dal vestire, al parlare, lavorare, cucinare….

L’eleganza è tale, quando ciò che si nota non è l’abito, ma l’uomo.

Questo non significa che l’abito debba essere anonimo o scontato, ma restare in un ruolo subalterno. Se l’eleganza è conquista non trasmissibile, la moda è invece un criterio basato proprio sulla comunicazione e condivisione. Totalmente estranea al singolo, e non controllabile a livello individuale, è un sistema di omologazione che fonda il proprio potere sulla volontà di appartenenza ( gli hippies sono vittime di questa volontà quanto  gli yuppies, e questo va esteso a tutti i  “ghetti”.). Sotto forma di modelli ed acconciature essa conferisce certificato di cittadinanza. E’ un tiranno che illude i propri sudditi di poter far credere a loro volta di appartenere ad un gruppo per il solo fatto di indossare un certo capo in un certo modo e contesto. Non volendo nessuno rinunciare a sentirsi speciale, è commovente osservare come ciascuno si senta il primo ad aver messo la tal cosa, l’unico a possederla in originale o –questa è bella perché gabba proprio quelli che si sentono più furbi- quello che l’ha pagata meno. In realtà in una discoteca o in un ristorante alla moda, tutti, ad uno sguardo oggettivo esterno, risultano vestiti allo stesso modo. Soggettivamente però, ciascuno è certo di essere originale.

 

L’eleganza è un talento naturale, che consente di riconoscere la bellezza in qualunque forma si manifesti, una musica, una poesia, un fiore o una donna, e trarre piacere, godimento ed oblio dalla sua contemplazione.

 

Ci fu un tempo in cui l’uomo aveva un’alta opinione di se. Oggi, forse anche per non compiangerla, troviamo che quella sicurezza sia stata noiosa, autoritaria, ingiusta.. Così sotto l’effetto di quella che prima di rivelare il veleno della globalizzazione ci era prescritta come una medicina egalitaria, è da circa tre decenni che stiamo smantellando la nostra stessa immagine maschile. Ad ogni colpo di maglio risuonano le parole d’ordine: dissacrare, sdrammatizzare. Non credo sia saggio continuare in questo modo senza uno scopo. E’ indubbio che la caduta di alcuna mura abbia fatto prendere aria nuova agli spazi un po’ tetri di casa nostra. Non sto parlando di una lotta di retroguardia, ne di salvare il salvabile. Quanto l’abito che indossiamo, esso non si limita a ripararci dal freddo, a soddisfare l’elementare necessità del pudore o quella più evoluta di dimostrare uno stato. Esso più che coprirci ci disvela. Più che nasconderci parla di noi.
L’abbigliamento è dunque un linguaggio evoluto e complesso che possiamo gestire a nostro vantaggio, trovando nel suo arcano frasario, il Piacere di esprimere pienamente noi stessi.

Esattamente come il pittore manifesta i suoi stati d’animo con la scelta dei colori e linee  che lo aiuteranno a creare il suo quadro, l’arte del vestirsi, ci permette la stessa qualità, premettendo di manifestare verso l’esterno i nostri stati di animo interiori, utilizzano i tessuti, colori, tagli, accessori….
Come accade per le forme maggiori di comunicazione, nel silenzioso avvicendarsi di generazioni ed esigenze la storia e l’uso hanno creato delle regole. La padronanza di tali norme ci permette  di cogliere nell’apparente rigidità di tali schemi lo spazio di libertà, e di essere arbitri del nostro Stile. Per esprimerci compiutamente in questa lingua non parlata e non morta, dovremo però dominare la grammatica e la sintassi  a lei propria.

L’Eleganza non passa tra la “Main street”  degli oggetti, ma per la tortuosa via dello Stile, che oltre ad essere un fatto personale,  possiede un segreto  che non può passare da bocca ad orecchio. Va inteso dal singolo e lo si comprende quando già lo si possiede.
Poiché tutto il Gusto che sottostà allo Stile è nella scelta, solo comprendendone le sottigliezze si potrà esercitare consapevolmente l’arte del Vestire, che blandisce e sottolinea la personalità individuale, la cui presa di coscienza è il primo passo per liberarsi del senso di colpa di una vanità che non è tale, poiché la bellezza che persegue è, come sempre, di tutti.

Non dico nulla di nuovo aggiungendo che l’abbigliamento è una sorta di linguaggio, anche se non verbale, e la comprensione di esso non può prescindere da una conoscenza etimologica, perché i suoi termini espressivi sono tutt’ora legati a canoni classici. Potremmo dire che l’uomo nel vestire oggi si esprima con maggiore libertà, ma la lingua con cui dice cose nuove è la stessa usata dai nonni. La sua origine può tuttora essere ricercata, proprio come un linguista analizza le radici di una parola, e raggiungendole si comprende il contenuto autentico di quello che altrimenti resta mera forma.

Occorre ovviamente risalire indietro nel tempo e a volte viaggiare lontano nello spazio, seguendo tra tutti i mondi che costituiscono l’universo del vestire il filo che li unisce e l’ossatura che il regge –Il Dao e il De, la Via e la sua forza manifesta della filosofia taoista.
Il primo lo troviamo nel profondo valore estetico, il secondo nella profondità culturale. L’avventura in questione muove le sue tappe nel mondo del vestire estremo, quello che non sopporta i compromessi, quello che non è nostra moglie a regalarci, ma che è  fortemente voluto, conosciuto e ricercato. I templi dove si officiano i riti di questa  fede sono ovviamente i laboratori artigianali, da un lato custodi delle liturgie più ortodosse e dall’altro in grado di rispondere ad esigenze individuali e di creare il nuovo non per stupire, ma perché era maturo ( …il tempo giusto…). Per definire il rapporto tra cliente e sarto si parla spesso di “percorso” e questo termine, quasi iniziatico non è utilizzato a caso.
Tutti percepiamo con immediatezza il valore del sapere che l’appassionato accumula in sartoria insieme alle inevitabili delusioni. Solo la conoscenza rende gli oggetti veramente nostri. Senza di essa cose e situazioni restano parzialmente muti, e la loro bellezza resta materia di sfoggio, senza elevarsi ad autentico piacere estetico. I padroni del su-ordinazione[1] amano farsi definire  sarti, volendo suggerire un rapporto personale e reale che non esiste.  
Chi vuole essere certo di non sbagliare, chi teme il pentimento, acquisti il meglio della confezione o dei capi su-ordinazione. Chi più che una giacca bella desidera una giacca sua, non ha altra porta che quella della sartoria.

Quanto alle altre categorie stilistiche, possiamo enunciarne tre: la sartoria inglese, quella internazionale e quella napoletana.
Tra le prime due e quella “napoletana” possiamo semplicemente dire che qui si passa dallo stato “solido” a quello “fluido”, dalla prosa alla poesia. L’uomo che veste “napoletano”, rinuncia in buona parte a comunicare importanza, vigore, autorità, in favore di un mezzo più “malleabile” e pertanto più adatto a rivelare la propria personalità. La concezione minimalista della sartoria  napoletana, elimina tutto ciò che è superfluo e parte dall’utile per concentrarsi su un’immagine di naturalezza conferita in sommo grado dai davanti che – come usano dire i partenopei- “corrono all’indietro” ( teoria dello yin/yang).

Ma… cos’è l’eleganza? Non rimanderò oltre il saldo di questo piccolo debito concettuale, un piccolo prezzo da pagare per chi scriva o legga di questa materia. Prima e durante la stesura del fondamentale “Trattato della vita elegante”, opera affascinante ed incompiuta, breve e scomoda, Balzac discusse a lungo con Brummel, che dovette svelargli alcuni segreti. Balzac trattò il concetto di Eleganza con cautela, ed in nessun punto cedette alla tentazione di una sua definizione diretta. Egli la descrisse per i suoi effetti, come un fisico che non ritenga sufficiente una spiegazione matematica del concetto di forza potrà dimostrarne la natura dando uno spintone al collega. In uno dei punti più illuminanti, il Trattato indica l’ Unità la sede ultima dell’Eleganza. Fu così che Balzac non fotografò l’Eleganza, ma di essa ci diede indirizzo e numero di telefono. Non risulta che da allora abbia traslocato, sicché l’informazione è tuttora validissima. L’intuizione di Balzac è anzi definitiva e universale: In essa si coglie come l’Eleganza stessa non viva chiusa in singoli oggetti o atteggiamenti, ma nasca di volta in volta da un criterio di relazione, dal rapporto tra le cose in se stesse, tra le cose e l’uomo cui appartengono, tra l’uomo e il tempo ed il luogo che lo circondano. Se l’Eleganza è nell’Unità, essa nasce dall’armonia tra le parti in quanto tali, e tra le parti ed il tutto.

Restringendo il discorso alla pratica dell’abbigliamento, che in fin dei conti è solo una delle tante manifestazioni secondarie dell’Eleganza, potremmo dire che essa consiste nella capacità di collegare i capi tra loro, facendo in modo che essi si intonino anche e soprattutto alla persona che li indossa ed il contesto in cui vengono indossati.

Conoscere se stesso e l’oggetto attraverso il quale ci si esprime.

Come abbiamo appena detto, essa si rivela nel complesso e non trova appiglio in nessun specifico particolare, perché vive all’interno dell’uomo, e non fuori di esso.”La cura è il sino qua non dell’Eleganza”, enunciava Balzac, orbene la Camicia necessita e dimostra la cura. Tessuto, colore, asole, cuciture, bottoni, una raffica di dettagli rivela l’attitudine ai linguaggi estetici di chi la indossa. La corretta manutenzione e la stiratura perfetta, il senso di freschezza di una pulizia immacolata, parlano dell’attenzione e del tempo che l’Uomo ha profuso nella propria Camicia e quindi a se stesso. Spesso governata in casa, la Camicia coinvolge anche la famiglia o il personale di servizio: è un certificato sociale.
Non confondiamo però la cura con la vanità: quest’ultima è rivolta all’esterno, mentre la prima  prescinde dall’approvazione altrui.

 

La legge del tre nell’Arte del Vestirsi.

                                 Secondo questo “punto di vista esoterico”, che nell’Arte del Vestire traduciamo con la “legge dei tre occhi”, la tradizionale combinazione maschile presenta tre punti nodali, che per evidenza ed espressività sono paragonabili agli occhi nella fisionomia umana. Il primo è rappresentato dal “bavero della giacca” (le palpebre), dalla Camicia ( la cornea), e dalla Cravatta (l’ Iride). Il secondo, con la stessa sequenza, da manica della giacca, polsino ed orologio. Il terzo da scarpa, calza e risvolto del pantalone.
Per loro collocazione al di fuori della focale immediata dello sguardo, gli ultimi due sono di importanza leggermente minore. Il “Primo Occhio”, invece, ci guarda e viene guardato direttamente, inevitabilmente. Grazie alla sua eloquenza esprimiamo a prima vista una valutazione estetica più o meno consapevole, ed è innegabile che in esso l’espressione sia governata dalla Camicia.

Questa teoria dimostra il fondamento di due abitudini: per il suo ruolo di “cornea”, una camicia chiara rispetto alla giacca e alla cravatta sarà più fisiologica, più gradevole. Quanto più ci sarà contrasto, tanto più ci sarà espressione. Le tendenze minimaliste nell’arredamento e nell’arte hanno fatto capolino anche nell’abbigliamento, suggerendo un “ton sur ton” un po’ tetro che va  letto come una delle tante  dichiarazioni di appartenenza trasmesse per mezzo del vestire. La seconda “abitudine” è in relazione al ruolo centrale che ha la camicia nei riguardi del “Secondo Occhio”, l’orologio.

Un’altra regola importante…celeste al mattino e bianca alla sera.

In ogni caso è bene ricordarsi che non sarà il miglior sarto – o il miglior guru-, la più bella camicia –l’abito del monaco-, la valigia preziosa o un panama- i vari strumenti/tecniche- a dare ad un uomo ciò che non ha dentro. La dignità e la classe sono l’unico  abbinamento importante, ma si acquistano con il tempo non con il denaro. Il gusto non  si insegna.

L’Arte del cucito, secondo Franco Battiato, è l’Arte dell’Attenzione per eccellenza, poiché se applicata nella maniera corretta come strumento di lavoro su se stessi,  ci permette di scorgere il movimento del tempo, ed il presente raggiunge una tale concentrazione che il “qui ed ora”, appaiono più forti del “sempre ed ovunque”. Questo fenomeno è una minaccia alla religione  e ad ogni ideologia, che in sostanza sono i due codici del culto dell’eternità.

Accade così che chi vive per se stesso sia l’unico che viva per tutti, e che il sacerdote del superfluo rappresenti una necessità.

Tiziano Grandi



[1] Vi sono tre tipi di offerta: la confezione, il su-ordinazione ed il su-misura. La prima dichiaratamente industriale e produce su taglia in stabilimenti meccanicizzati. La distinzione tra le altre due rappresenta una novità, tanto più opportuna in quanto si  tende a confonderle e certo tipo di atteggiamento degli imprenditori del su-ordinazione alimenta una certa ambiguità. Per intenderci sono quelli che propongono il capo dichiarandolo “sartoriale” ed in tal modo si appropriano di una patente artigianale per un capo prodotto in stabilimenti industriali. Anche se nelle migliori case l’impiego di finiture o procedimenti manuali è vastissimo, la parcellizzazione del lavoro, l’utilizzo di macchine di alto costo, la personalizzazione fondata su una taglia di base e non su tele e cartoni, l’applicazione delle fodere a capo finito, la stiratura a mangano, l’impiego di capitali per la promozione e la programmazione del lavoro, inquadrano per esempio una giacca come un prodotto industriale. Eppure il cliente non entra mai in contatto con la realtà produttiva ed in tal modo non è in grado di crescere nella conoscenza di ciò che va ad indossare, ed è costretto a muoversi in ambiti prevalentemente stabiliti.


 

Per coloro che sono interessati ad un più profondo approccio, di seguito i 10 capitoli che compongono il lavoro del Gran Maestro dell'ordine delle Nove Porte, Dott. Giancarlo Maresca

"Tutto sull'arte dell'edonismo catartico", 10 puntate
articoli a cura del Gran Maestro G. Maresca dell'Ordine dei cavalieri delle Nove Porte (links al sito www.noveporte.it)


Prima Puntata         L'ELEGANZA
Seconda Puntata     La CAMICIA
Terza Puntata          La CRAVATTA
Quarta Puntata        La VALIGERIA 
Quinta Puntata        La STOFFA
Sesta Puntata         La TOELETTA
Settima Puntata      CAPPELLO, OMBRELLO, GUANTI
Ottava Puntata        ELEGANZA SPORTIVA
Nona Puntata          Le SCARPE 
Decima Puntata      E' NATO UN MONSIEUR

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