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"Quando le montagne sono montagne, 
e i fiumi... fiumi"

Gli Stadi della comprensione

 

    I buddisti posseggono una eccellente sintesi non solo di come un illuminato vede il mondo, ma di come è giunto a vederlo così. Si parla di tre stadi di comprensione. Il primo è la visione individuale ancora coinvolta, il secondo è un certo grado di comprensione, ed il terzo è la comprensione totale.
      All’inizio, le montagne ed i fiumi sono visti come montagne e come fiumi. Cioè un soggetto individuale vede un oggetto. E’ il coinvolgimento, la visione della persona ordinaria.
       Poi le montagne e i fiumi non sono più visti come montagne e fiumi.
Gli oggetti sono visti come riflessi oggettivati dal soggetto. Sono percepiti come oggetti illusori della coscienza, e perciò irreali.
       Infine, le montagne ed i fiumi sono visti di nuovo come montagne e fiumi. Il “risvegliato” li vede come Coscienza[1] stessa che si manifesta in forma di montagne e di fiumi. Soggetto e oggetti non sono più separati.
     In questa immagine, le montagne ed i fiumi corrispondono al mondo nella sua interezza, compresi gli uomini. L’individuo coinvolto vede gli oggetti come un soggetto individuale che percepisce oggetti. Si considera una entità separata che percepisce oggetti. Gli oggetti o gli eventi percepiti producono in lui reazioni, cioè l’organismo individuale reagisce alle cose viste.
    Nel secondo stadio, con la comprensione che tutto è un sogno irreale, la visione cambia e s’incomincia a vedere che nessun evento in realtà importa. Le cose sono irreali, perché viene trascesa l’apparenza. Anche l’apparenza è qualcosa che accade nella Coscienza. Questa comprensione reca una tale gioia che è difficile tenersela per sé, e si vorrebbe gridare al mondo: “E’tutto irreale.” Tentando di comunicare agli altri l’irrealtà del mondo si vorrebbe cambiare il mondo, cambiare il modo di percepire gli altri. Non si comprende ancora che il cambiamento deve avvenire all’interno. Così, nel tentativo di cambiare il mondo, continuiamo a crearci problemi. Questi problemi, che nascono nel secondo stadio, scompaiono nel terzo.
     Nel terzo stadio, gli oggetti non sono visti da un individuo, ne da un oggetto che vede un altro oggetto, ne da un soggetto che vede un oggetto. Il vero percettore è compreso come ciò che ha creato l’apparenza e che la percepisce.
Le due cose sono una sola. A questo stadio, c’è la comprensione che il mondo non solo è irreale, ma che è anche reale. E’ irreale nel senso che dipende dalla Coscienza per la sua esistenza, non ha un’esistenza propria. Il mondo esiste solo in quanto conosciuto dalla Coscienza. Se tutti gli uomini e gli animali diventassero improvvisamente incoscienti, chi potrebbe ancora dire che c’è il mondo? Non solo il mondo non apparirebbe, ma non esisterebbe.

Per spiegare il “reale” e l’ “irreale” viene spesso usata l’analogia dell’ombra.
Un’ ombra è irreale, nel senso che la sua esistenza dipende dal sole. In quanto ombra però, è reale. Quindi è reale e irreale nello stesso tempo. La manifestazione dipende per la sua esistenza dalla Coscienza. La Coscienza è intrinseca a ogni oggetto della manifestazione. La Coscienza trascende la manifestazione, ma vi è un immanente. La manifestazione è contenuta nella Coscienza.
      Nel secondo stadio, prima della comprensione definitiva, entrano in gioco tutti i possibili concetti. Si ritiene che stia all’individuo sforzarsi per unirsi a Dio. A questo livello, ancora di soggetto-oggetto, il nirvana e il samsara, sono ancora percepiti come due cose distinte. Si parla di oceano del samsara, del dolore che va attraversato. Il Jiva[2] deve attraversarlo, e può farlo solo attraverso una Sadhana[3]. Il cercatore inizia così a praticare tutta una serie di Sadhana. Pratica per anni. Per anni osserva ciò che accade, scoprendosi pieno di orgoglio e presunzione. Poi, tranquillizzandosi nella contemplazione, getta via tutto quanto.
I Sufi lo paragonano a una cerimonia in cui si brucia ciò che si è imparato e che si pensa di aver ottenuto.
      Nel terzo stadio si comprende che il mondo è tanto irreale quanto reale. Con questa comprensione, la conoscenza diventa stabile e nell’organismo in cui è avvenuta l’illuminazione, non c’è più desiderio di parlare agli altri, o di cambiare il mondo. Il terzo stadio è l’accettazione di “Ciò che è”, nella sua immanenza e nella sua trascendenza. Nirvana e Samsara non sono più due. Il Samsara è l’espressione oggettivata del Nirvana.
La comprensione finale è …l’Essere. Non si tratta di vedere alcunché. Tutto è apparenza, e questa apparenza è vista attraverso lo strumento dell’organismo, attraverso i sensi, senza un individuo che vede.
Se si continua a dire: “Vedo le montagne.”, lo si dice solo in virtù della presenza della Coscienza. Infatti le montagne sono viste dalla Coscienza, che è nello stesso tempo le sue apparenza. La Totalità della manifestazione è un’apparenza creata dalla Coscienza nella Coscienza, e l’attività della manifestazione che chiamiamo vita è anch’essa Coscienza. La Coscienza crea e guida le figure di miliardi di esseri umani. Ogni parte è messa in scena dalla Coscienza.
   Nello stadio finale si comprende la domanda: “Perché esiste la Lila[4]?”, e i problemi svaniscono. Il cercatore non trova più l’ardente desiderio di insegnare al mondo ciò che ha imparato, perché sa di non aver imparato niente. La comprensione è giunta come un dono di Dio, un dono della Totalità, per Grazia.
Le parole vengono dopo. Con l’illuminazione, non c’è nessuno che si consideri fortunato. Se l’individuo si considera fortunato per aver ottenuto l’illuminazione, non è vera illuminazione.

La comprensione, anche se solo intellettuale, ci fa vedere quando la mente si ritrova coinvolta. Allora il coinvolgimento viene reciso, perché altrimenti andrebbe avanti per sempre. Ma, senza questa comprensione, anche solo intellettuale, il coinvolgimento è continuo. Solo in certe occasioni, ad esempio in caso di grande stanchezza della mente, si producono momenti di vera assenza mentale. In genere l’essere umano non fa che concettualizzare e creare immagini dal mattino alla sera. Invece, con questa comprensione, a un certo punto il coinvolgimento viene reciso.

D.- Parlare di evoluzione spirituale, presuppone un coinvolgimento nel tempo.

R.- Certo. Tutto il processo avviene nello spazio-tempo fenomenico.

D.- Che cos’è coinvolto nel tempo? Il meccanismo corpo-mente?

R.- No. E’ la coscienza identificata, la Coscienza che si è volontariamente identificata con un organismo individuale (involucro).

D.- Perché è accaduto?

R.- Perché Lila, il gioco, questo gioco cosmico potesse prodursi. Il  processo di identificazione è continuativo: vengono create nuove creature, sempre nuovi essere umani, poiché in essi avvenga l’identificazione. Ma l’identificazione segue un percorso evolutivo: a un certo punto la mente si volge all’interno e ha inizio il processo di disidentificazione. Questo processo richiede molto tempo e molte nascite. Il gioco, nella sua globalità, è: prima l’identificazione, poi il volgersi all’interno della mente, ed infine la disidentificazione. Ma, attento: tutto questo è un concetto, utile comunque a suscitare la comprensione ultima.

D.- Quindi la parola “evoluzione” è un concetto utile soltanto all’individuo identificato?

R.- Esatto.

D.- Perché è necessario un concetto?

R.- Perché attraverso l’identificazione si è prodotto il concetto di individuo. Una volta prodottosi il concetto di individuo, diventa necessario il concetto di Dio. Se venisse accettata l’impersonalità, dove sarebbe l’individuo e Dio?

L’evoluzione spirituale inizia dall’identificazione, che perdura attraverso molte migliaia di organismi corpo-mente. Poi ha luogo un pensiero, un fatto, qualunque cosa e, a causa di questo motivo apparente, la mente si volge all’interno.
Invece di proiettarsi all’esterno alla ricerca di sempre più oggetti materiali, la mente si volge all’interno perché vuole conoscere la sua vera natura. “Chi sono?”, “Cosa faccio qui?”, “Qual è il senso della vita?”.
Così inizia il processo di disidentificazione.
Il volgersi all’interno può soltanto accadere, è il processo dell’evoluzione spirituale. In ogni cosa c’è un processo evolutivo; nel corpo, nella musica, nell’arte e nella scienza.
La ricerca spirituale, all’interno di questo processo evolutivo, inizia con il volgersi all’interno della mente, che trasforma l’individuo in un “ricercatore”. La ricerca, che in realtà è il processo di disidentificazione, attraverserà varie fasi evolutive. Da una ricerca si passa ad un'altra, con molta frustrazione, fino all’improvvisa comprensione che nessun “individuo” potrà mai essere illuminato!
L’illuminazione, che è un evento impersonale, può prodursi solo mediante un oggetto. Perché un evento accada, occorre un oggetto. Quindi, quando l’illuminazione è vicina a prodursi, viene creato un organismo (involucro) corpo-mente adatto a ricevere l’illuminazione. Con le caratteristiche fisiche, mentali e caratteriali che lo rendono adatto a riceverla. Anche questo organismo corpo-mente è un processo evolutivo.

L’inizio della comprensione, ancora all’interno della durata, è l’accettazione che l’illuminazione può anche non prodursi in questo organismo corpo-mente. E’ un fatto difficile da accettare per il ricercatore, ma è una “pietra miliare”. Quando avviene il “lasciar andare” (Investing in lost del prof. Zheng Man Qing), c’è un immenso senso di libertà. “Se io posso non raggiungere l’illuminazione, e se un oggetto non può illuminarsi, perché continuare a cercare?”

Con il prodursi del “lasciar andare”, l’identificazione con l’organismo corpo-mente, con l’ “io”, si indebolisce. Ma nel corso del processo, ci sono anche salti quantici. L’ultimo salto quantico, immediatamente prima dell’illuminazione, avviene quando non c’è più ricerca, non c’è più preoccupazione che l’illuminazione si produca o meno. Questa accettazione significa che l’”io” è praticamente scomparso. Infatti è l’”io” il cercatore, non il corpo-mente. Il corpo-mente è un oggetto inerte, ma indispensabile all’accadere dell’illuminazione.
L’”io” rimane finché c’è un cercatore. Quando scompare la ricerca scompare anche l’”io” che cerca!
L’evoluzione finale dell’ “io”, non riguarda più l’”io”.

 

D.- Ciò che si dissolve è il mio senso profondo di “me”?

R.- Si, ma chi ne testimonierà la dissoluzione? Capisci che cosa intendo? Se ciò che si dissolve è proprio l’”io”, ci sarà qualcuno che saprà che “io” mi dissolvo?

D.- Vuoi dire che, fino alla sua dissoluzione, l’”io” va e viene?

R.- Si. Durante i “va e viene dell’io”, si instaura lo stato del testimone. L’”io” è la mente, e la mente non può osservare se stessa. La mente non può osservare le proprie attività senza far paragoni e giudizi: “ Questo è bene, questo è male.”
Questo non è testimoniare. Testimoniare significa osservare semplicemente un evento, un pensiero o un’emozione al loro apparire, senza paragonare o giudicare, ma solo rendendone testimonianza. La testimonianza è impersonale e verticale, e recide il collegamento orizzontale. Più l’”io” si indebolisce, più spesso si instaurerà il testimoniare e per periodi sempre più lunghi. Improvvisamente ci si accorgerà dell’assenza di reazioni a un evento o a un pensiero, di un senso di pace e di benessere, senza nessuno che lo provi. Non sarà l’ “io” che di colpo dirà: “Oh, sono sparito!”. Chi rimane può dire è sparito?

D.- Ma si dissolve?

R.- Certo, ma non se tu vuoi che si dissolva.

Ogni azione avviene attraverso il corpo-mente. L’organismo è un oggetto di cui si serve la Coscienza per produrre determinate azioni. Perciò la Coscienza crea un oggetto con le caratteristiche adatte a compiere quelle azioni.
Se hai caricato il computer con un certo programma, sai che ad un determinato input corrisponde un preciso output. La Coscienza, conoscendo il computer che lei stessa ha creato, invia un input sotto forma di pensiero e sa esattamente l’azione che si produrrà. Questa azione, assieme alle azioni di miliardi di altri organismi, crea la totalità dell’attività di quel momento.
Questo è il Karma, che significa azione e causalità. Non ha nulla a che fare con un agente personale dell’azione, perché non c’è un’entità individuale agente delle azioni.
Non ci sono persone che compiono azioni buone o cattive. Le azioni buone o cattive che siano accadono semplicemente. A chi appartengono? Azioni buone o cattive avvengono attraverso certi meccanismi corpo-mente. Insieme le azioni buone e cattive formano l’attività della Totalità in quel momento. E’ l’essere umano che giudica “azioni buone, azioni cattive”. Tutte le azioni sono compiute dalla Coscienza, attraverso determinati organismi corpo-mente e a seconda delle loro caratteristiche.
   Uno  psicopatico non ha scelto di esserlo. Chi l’ha reso psicopatico? Fa parte della Totalità della manifestazione. In una belle poesia Omar Khayyam –mistico sufi-, dice di un vaso imperfetto: “ Gli uomini mi hanno rifiutato perché ero fatto male. Forse la mano del vasaio ha tremato modellandomi?”. Uno psicopatico ha scelto di esserlo? Un santo ha scelto di esserlo?
Qualcuno dice: “E’ il Karma delle vite passate.” Vite passate ma “di chi”?
Avvengono alcune azioni. Queste azioni producono conseguenze. Se sono conseguenze positive, viene creato un organismo corpo-mente dotato di certe caratteristiche adatte per fruirle. Se sono conseguenze negative, la Coscienza crea un organismo dotato di altre caratteristiche, e noi lo definiamo psicopatico.
Non esiste quindi una “continuità” personale. Ripeto sempre che è un processo interamente impersonale. C’è la causalità, il Karma, ma nessun individuo coinvolto. Infatti non c’è un agente individuale delle azioni.
Collegare la situazione di uno psicopatico o un saggio al karma è un errore. Se vedi tutto impersonalmente, il problema non si pone. Se invece continui  a collegare l’impersonale al personale, continuerai a creare problemi.

 

D.- La disidentificazione richiede molte vite?

R.- Si, certo. Ma prima che tu cada in preda alla frustrazioni, lasciami dire che il fatto che tu sia qui ora, e che solo determinati organismi sono interessati a questo argomento, indica che il “tuo” stadio di evoluzione spirituale non si è prodotto all’improvviso nel “tuo” organismo. Per raggiungere questo  livello, sono stati necessari molti organismi attraverso cui il processo evolutivo progredisce.

D.- Ma non si è detto che l’”io” muore con il corpo? Allora c’è qualcosa che non è l’”io” e che passa da un corpo all’altro?

R.- Certo, ma non è l’”io”. E’ la Coscienza. La Coscienza che si identifica con un “io” separato dalla creazione di ogni nuovo organismo.
Renditi conto che stai usando dei concetti. Alla morte del corpo, tutto l’ammasso di pensieri, ricordi e impressioni ritornano nel potenziale della Coscienza. Poi, per la legge della causalità, devono avvenire determinati eventi, determinate azioni. Affinché avvengano, sono creati nuovi organismi. Gli organismi sono creati perché determinate azioni avvengano. Gli eventi non sono predisposti per punire o premiare un organismo. L’organismo è inerte, poi improvvisamente prende coscienza grazie alla facoltà senziente.
La causa ed effetto riguarda dunque la continuità delle funzioni che i vari organismi servono a compiere. Con ogni nuova nascita è l’attività che continua, è la Totalità che manifesta un nuovo meccanismo attraverso cui agire.

D.- E la rinascita?

R.- C’è il Karma, c’è la rinascita, ma non di un individuo. La confusione è causata dal prefisso “ri”. Ci sono nuove nascite, nuovi personaggi, nuovi organismi, non qualcuno che ri-nasce. La confusione è stata causata dal collegamento tra il karma e la rinascita.

D.- L’idea di un’anima che sceglie la sua prossima incarnazione per poter imparare, sembra abbastanza stupida.

R.- E’ un’idiozia. Prima di tutto l’anima. La mente vuole creare concetti, sa che il corpo deve morire, ma la mente, l’”io” vuole vivere per sempre. Se non in questo corpo, cosa ovviamente impossibile, in un altro. Così la mente crea il concetto di un’anima che passa da un corpo ad un altro, come se la Coscienza non avesse altro da fare che occuparsi di punire e premiare le anime!

D.- Che cosa sono i ricordi delle vite passate?

R.- Il punto è il ricordo. Il ricordo di una vita passata, perché no? C’è stata una vita passata e la memoria può recuperarla. Ma, per il semplice fatto che si ricorda “una” vita passata, deve essere la “tua”?

D.- L’errore è sempre l’identificazione?

R.- Esatto. Una vita passata, benissimo. Niente impedisce alla memoria di andare a ritroso. Ma perché la “tua” vita passata? Solo perché la ricordi?

D.- E’ la mente che lo crede.

R.- E’ la mente.

D.- I buddisti tibetani sembrano credere in qualcosa di simile all’anima. Quando cercano un lama incarnato…

R.- L’idea di fondo è l’evoluzione spirituale, associata a quella del nuovo organismo che deve prodursi. Così come una mente molto sviluppata può recuperare il ricordo di vite passate, nulla impedisce di avanzare anche nel futuro. Nulla impedisce alla mente, proiettandosi in avanti, di vedere il nuovo organismo che sarà il futuro lama. Ma non si tratta della stessa anima, dello stesso lama che prende un nuovo corpo-mente.
    Riflettiamo su ciò che dice il Buddha a proposito della reincarnazione. C’è un passo che non potrebbe essere più chiaro: Non essendoci un sé, non c’è trasmigrazione di un sé”. Se sostituiamo sé con anima, leggiamo: “Non essendoci un’anima, non c’è trasmigrazione di un’anima”. Ma vi sono le azioni e gli effetti delle azioni. Vi sono azioni, ma non l’agente delle azioni. Non vi è entità che trasmigra, nessun sé viene trasferito dall’uno all’altro. Qui viene emesso un suono…e l’eco ritorna.
   A proposito della reincarnazione, che alcuni ritengono l’essenza stessa del buddismo, il Budda stesso dice che non c’è nessuno che si reincarna. I monaci buddisti non hanno prestato ascolto a queste parole, come molti esegeti cristiani non ascoltano le vere parole del Cristo.

D.- Conosco molte persone che ricordano le vite passate. Non solo vite in un corpo, ma anche stati intermedi in cui non erano incarnati. Che cosa sono questi stati? E’ sempre l’organismo corpo-mente?

R.- No. E’ esattamente ciò che accade: determinate azioni producono determinate reazioni. Chiamale ambizioni non soddisfatte, o recriminazioni per certe azioni commesse. Tutto ciò ritorna nello scrigno della Coscienza, da cui viene ridistribuito ai nuovi organismi. Attraverso questi nuovi organismi possono prodursi nuove azioni. Le azioni avvengono, ma senza agente personale. Il Budda lo dice chiaramente.

D.- Si tratta per così dire di fasci di azioni?

R.- Si. Ma non occorre che  i fasci di azioni vengano ridistribuiti esattamente uguali. Tutti i fasci di azioni vengono raccolti assieme, e i loro componenti ridistribuiti. Ma non tornano al fascio originario, perché sarebbe come supporre un’anima.

D.- E così alcuni ricorderebbero di essere stati fasci precedenti?

R.- Alcuni si. Non ricordano la ridistribuzione, ricordano di essere stati un fascio. Il ricordo è associato a quel fascio preciso.

D.- C’è un piano astrale paragonabile al piano fisico in cui ci si può identificare di nuovo erroneamente con un’entità separata?

R.- Il piano astrale è possibile tanto quanto il piano fisico, ma sempre all’interno della Coscienza. Tutto ciò che c’è, è Coscienza. Quanti piani vi siano in questa Coscienza non è così rilevante.

D.- La morte è lo stato noumenico?

R.- No, anche la morte appartiene al fenomenico. Il noumeno è prima del tempo, prima della durata, prima dello spazio, e quindi prima della vita e della morte.

D.- La morte equivale al risveglio dal sogno notturno?

R.- No, è soltanto un evento connesso con la vita. La morte è semplicemente assenza di vita, e la vita è semplicemente assenza di morte. Vita è morte sono interrelati.

D.- Ma la morte è la fine dell’individuo…

R.- Si, è la fine dell’organismo individuale fatto di corpo e mente. Il respiro si arresta, il cervello smette di funzionare, ma la coscienza “bloccata” nel corpo si libera e diventa Coscienza- uccel- di bosco.

D.- Significa che la coscienza diventa illuminata, realizzata?

R.- La Coscienza non ha bisogno di illuminazione.

D.- D’accordo, ma una persona qualunque, un ricercatore qualunque, otterrà gli stessi risultati ottenuti dal corpo di un illuminato?

R.- Il corpo non può illuminarsi…

D.- Va bene…ma l’illuminato ed io sono essenzialmente identici nell’ottenimento della realizzazione al momento della morte?

R.- La realizzazione…l’illuminazione sono solo concetti. Ed è perfettamente inutile. Inutile, ma accade. Che cosa ha fatto di te un cercatore? La ricerca appartiene all’attività della Totalità. Un animale non si preoccupa di cercare. L’essere umano si interessa alla ricerca inizia a cercare perché la ricerca stessa fa parte dell’attività della Totalità.

D.- Va bene, ma alla morte del corpo la Coscienza si riconosce come pura Coscienza?

R.- Perché mai la Coscienza dovrebbe riconoscersi?

D.- Ok…niente accade, punto. Niente accade a me,  a te, a nessuno.

R.- Per quanto riguarda l’individuo, hai ragione. Niente accade, perché il processo non ha nulla a che vedere con l’essere umano. Se gli esseri umani non avessero la funzione di strumenti, il problema non si porrebbe. L’accadere dell’illuminazione è un evento e, come qualunque evento, ha bisogno di uno strumento, rappresentato da un essere umano. L’essere umano è un semplice strumento per il prodursi degli eventi, e l’illuminazione è un evento che  accade all’interno dell’attività della Totalità.

D.- I tibetani descrivono il viaggio dopo la morte. Non è assurdo tracciare una mappa della vita nell’aldilà?

R.- Gli scienziati inseguono ciò che gli interessa seguire. La mente dei tibetani insegue ciò che interessa alla mente tibetana. Anche questo tracciare percorsi successivi alla morte fa parte delle attività della Totalità. Appartiene al fenomenico. Se ti interessa il fenomenico, gli argomenti di studio sono infiniti. Dall’astrologia alla reincarnazione le possibilità sono infinite, ma tutte appartengono al fenomenico. Se ciò che ti interessa è trascendere il fenomenico, l’interesse per tute queste cose decade.

 


[1] Quando scrivo Coscienza con la “C” maiuscola intendo la coscienza impersonale (Siva), mentre la coscienza personale, soggettiva (Jiva), sarà scritta con la “c” minuscola.

[2]  Coscienza individuale identificata, opposta a Siva, la Coscienza universale impersonale.

[3] Pratica spirituale.

[4] Gioco della divinità. Il cosmo visto come gioco divino.

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