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SEQUENZE DINAMICHE
un laboratorio alchemico mobile

a cura di Marco Venanzi 

Le sequenze dinamiche, di solito dette semplicemente “forme” (Lu in cinese, Kata in giapponese) costituiscono lo strumento essenziale per la pratica individuale e nel contempo per la trasmissione del “sapere” di ogni Scuola nell’ambito delle arti marziali tradizionali.
Esistono bensì dei “testi classici” che descrivono in modo sintetico e profondo questo sapere, ma la loro comprensione implica non solo un intelletto acuto e una cultura ampia, ma soprattutto un’intelligenza corporea adeguatamente sviluppata; per tale ragione questi scritti erano un tempo riservati agli adepti di grande esperienza e oggi possiamo confermare che solo anni di pratica seria e ben guidata ci aprono al senso di queste parole che per tanto tempo sembrano oscure o, peggio, ingannevolmente chiare.

In realtà molte scuole, soprattutto cinesi, impiegano anche la meditazione seduta e le posture statiche in posizione eretta (Zhan Zhuang), nelle quali il lavoro di trasformazione interiore viene condotto in condizioni di apparente immobilità. Wang Xiangzhai, fondatore dello stile Yi Quan, ebbe a dire a questo proposito: “…un grande movimento non è buono quanto un piccolo movimento, e un piccolo movimento non è buono quanto il non-movimento. Non muovendosi esternamente, questo è il movimento autentico”.
Questo lavoro, che mira alla ricerca della radice del movimento naturale [i], viene comunque generalmente abbinato alla pratica di sequenze preordinate, attraverso le quali il principiante familiarizza con il patrimonio tecnico-tattico e con i principali atteggiamenti posturali della Scuola apprendendone, per così dire, l’alfabeto; l’esperto lavora, come vedremo, sulla propria struttura interna, ed è su questo tipo di lavoro, ben poco visibile dall’esterno, che è più interessante portare l’attenzione.

 

Origini e natura delle Sequenze Dinamiche.

Non c’è dubbio che alle origini della storia dell’uomo non vi fosse significativa differenza fra il comportamento di caccia e il combattimento con i propri simili: armi e metodi erano sostanzialmente gli stessi, nè vi era divisione sociale di compiti da questo punto di vista. E’ solo in una fase più avanzata della civiltà che si sono formate classi, temporanee o permanenti, specializzate nel combattimento; corrispondentemente, le armi e le tecniche si sono via via evolute in discipline complesse, ed è probabilmente con questa evoluzione che si è cominciato ad impiegare sequenze preordinate come strumento di apprendimento e trasmissione di atteggiamenti di base e combinazioni di tecniche di attacco e difesa, che, grazie alla costante ripetizione, divenivano istintive ed automatiche.
In alcune aree culturali la classe dei guerrieri, o almeno una parte di essa, si rese conto che i metodi di coltivazione del corpo allora impiegati potevano essere notevolmente raffinati e usati non più solo per preparare l’adepto al combattimento reale, ma anche per facilitare processi di trasformazione interiore (alchimia interna) e di evoluzione spirituale.
Tracce evidenti di questa modificazione sono rintracciabili nelle arti guerriere dell’India classica, come il Vajramusti (“Pugno-Fulmine”) che secondo alcuni studiosi faceva ampio uso di forme codificate chiamate Nata, per analogia con le danze rituali religiose, e destinate per gran parte alla coltivazione interiore; peraltro quest’arte, oggi pressochè estinta, era nelle sue applicazioni marziali, almeno in epoca relativamente recente (10° - 17° secolo) estremamente dura e violenta.
Il Kalaripayat, tuttora largamente praticato nello stato del Kerala, mostra forme estremamemte complesse che risultano affascinanti anche per un osservatore privo di specifiche conoscenze.
Qualcosa di simile accadde in Cina, dove alcune scuole marziali fiorirono direttamente sotto l’influenza della tradizione indiana che il semileggendario monaco-guerriero BodhiDharma trasmise nell’area del monastero Shaolin, altre, come il Tai Ji Quan (“Pugno della Suprema Polarità”) si svilupparono in stretta connessione con la cultura autoctona taoista.[ii]

Limiterò la mia analisi a quest’ultima disciplina perchè è quella che ho scelto di praticare da molti anni e su cui mi sento di poter affermare alcune cose per esperienza diretta.
Devo precisare che, benchè tutte le scuole di Tai Ji si rifacciano ad un “corpus” dottrinale noto come “I Classici del Tai Ji” che ne enuncia tutti i principi guida, esistono almeno tre o quattro “famiglie” [iii] principali di Tai Ji Quan, che esibiscono movimenti  a volte molto diversi; inoltre, anche nell’ambito di uno stile specifico, possono esistere notevoli differenze non tanto nel movimento esterno ma nelle modalità di allenare il lavoro interiore; si tenga quindi presente che le mie affermazioni sono fondate sul modello di pratica della scuola che ho scelto, così come mi è stato trasmesso dai miei Maestri, e non pretendono pertanto di avere un valore assoluto, quanto piuttosto si propongono di fungere da stimolo per la riflessione di chiunque intenda studiare la struttura interna del movimento in relazione alla mente e allo sviluppo spirituale.
Volutamente in questo contesto trascuro in gran parte gli aspetti propriamente marziali del Tai Ji Quan, ma sottolineo che la natura di quest’arte, se correttamente praticata, implica necessariamente delle ricadute positive anche in questo campo.
Occorre anche precisare che quanto più una disciplina è orientata al combattimento reale o sportivo (ad es. il pugilato, nelle sue varianti occidentali e orientali, come la Thai boxe) tanto più fa uso, piuttosto che di vere e proprie sequenze, di semplici serie di combinazioni (ciascuna costituita da tre- quattro colpi o tecniche la massimo); quanto più invece una disciplina è orientata al lavoro interiore, tanto più farà uso di sequenze complesse e a volte molto lunghe.
Nel Tai Ji Quan lo studio degli aspetti più inerenti al combattimento viene sviluppato attraverso specifiche forme per lo più eseguite in coppia, mentre le classiche forme lunghe, così caratteristiche di quest’arte, hanno la funzione di guidare il praticante passo per passo sul cammino della trasformazione della sua struttura fisica e psicologica.[iv]  Quanto segue riguarda essenzialmente questa seconda classe di sequenze dinamiche, i cui effetti vengono poi trasmessi alle altre modalità di allenamento.

 

Sequenze dinamiche: teoria corpuscolare e teoria ondulatoria

Il paradosso delle forme dinamiche è che, pur essendo il movimento-cambiamento la loro natura essenziale, tuttavia esse implicano l’assunzione sequenziale di posture ben definite, ognuna delle quali ha un nome ed un preciso significato pratico, tanto che, abitualmente, vengono considerate appunto sequenze di posture unite fra loro da cosidetti “passaggi di collegamento”.
Questa visione, che potremmo definire “corpuscolare”, della forma dinamica mette in risalto una serie di momenti significativi (le posture specifiche) unite, o se si preferisce separate, da momenti almeno in apparenza meno importanti (i passaggi di collegamento). Di fatto è l’unico aproccio proponibile ad un principiante, al quale si richiede innanzitutto di acquisire quel grado di controllo del corpo che consente di attuare un “progetto posturale” in modo accurato e ripetitivo. Questa precisione “esterna” è un elemento chiave della formazione Tai Ji, in quanto rappresenta il primo gradino dell’addestramento di ciò che nel linguaggio marziale cinese è chiamato “Intenzione” (Yi), ovvero quella facoltà che implica contemporaneamente l’immagine mentale del  gesto da compiersi, la sua finalità e un vasto campo di sensazioni interne che sostanziano tale immagine e inducono il corretto atteggiarsi del corpo in movimento fino alla completa attuazione del gesto previsto.[v]
Se vediamo la forma dinamica in una visione “ondulatoria” ovvero come flusso ininterrotto di onde psico-energetico-corporee caratterizzate da picchi di particolare intensità e coerenza (le posture specifiche), possiamo rivedere questo apprendimento iniziale come un processo di memorizzazione corporea della configurazione propria di questi momenti;  una volta ottenuta una ragionevole precisione nel riprodurre questa configurazione, si passerà allo studio dei passaggi di collegamento che, a questo livello della pratica, rimarranno ancora in secondo piano rispetto alle posture, ma, grazie a questi punti cospicui ormai consolidati, da cui tali movimenti continuamente si sganciano e a cui continuamente si appoggiano, verranno appresi senza troppe difficoltà raggiungendo col tempo una certa logica tecnica ed eleganza.
Siamo dunque nel campo preliminare della precisione esterna, dapprima statica (le posture), poi dinamica (la sequenza), ciò che in cinese è chiamato Ming Jin (“La forza del lavoro visibile all’esterno”). E’ il livello che permette di muoversi in modo coerente, equilibrato ed aggraziato e di gustare la sensazione di calma e distensione che ne deriva.
Il segno 22 dell’Yi Jing [vi](“Bi”, l’adornare), in cui l’accento è posto sulla cura della presentazione esterna quale involucro adeguato per lo sviluppo di capacità più profonde, potrebbe essere preso a simbolo di questo livello.
Molti praticanti, nota dolente, si accontentano di questo livello, convinti che l’essenza del Tai Ji sia un movimento tranquillo, morbido e rilassante; Tai Ji è certamente anche questo, ma c’è altro da scoprire sotto la superficie.
Innanzitutto va sottolineato che il livello di precisione tradizionalmente richiesto è molto superiore a quello abitualmente ritenuto adeguato dalla nostra mentalità nel contesto delle discipline “ricreative”; uno scarto di pochi centimetri potrebbe sembrare trascurabile, mentre è sufficiente, come si comprenderà più avanti, ad impedire la realizzazione dinamica autentica della postura. [vii]

 

Lento e veloce

E’ nozione comune, ma errata, che l’essenza del Tai Ji Quan sia l’esecuzione di sequenze lente di movimenti. In realtà il Tai Ji dovrebbe insegnarci a muoverci davvero alla velocità reale della vita, ossia a cambiare con la stessa prontezza e adattabilità con cui le cose intorno a noi cambiano di continuo. Il movimento lento di per sè può al massimo garantirci delle pause di rilassamento dalla pressione della vita quotidiana, come il Cynar che Ernesto Calindri molti anni fa propugnava “contro il logorio della vita moderna” [viii], ma non ha in sè il potere di cambiare i nostri modelli reazionali.
Le scuole più tradizionali di Tai Ji Quan tramandano sia forme lente che forme veloci, eseguite alla reale velocità di combattimento. Qual è dunque il segreto delle cosiddette “forme lente”?
E’ semplice ma davvero fondamentale: non si tratta di movimento lento ma di movimento rallentato.
In altre parole, la forma viene eseguita ad un livello di velocità così ridotto che il movimento può essere percepito, analizzato e compreso nelle sue componenti elementari, potremmo dire che è come vedere un filmato al rallentatore con la possibilità di correggere e ritoccare ogni fotogramma ma senza poterne rimuovere nessuno; questo ci dà la possibilità di ristrutturare gradualmente i nostri modelli di funzionamento secondo schemi nuovi, più adeguati e tali da ottimizzare le nostre risorse.[ix]  In altri termini, funzione primaria delle sequenze dinamiche nel Tai Ji è di fungere da “laboratorio alchemico mobile” attraverso il quale l’adepto ristruttura profondamente la sua relazione con il corpo e il movimento.[x]
Ma come può avvenire questo? Entriamo qui nel vivo del lavoro interno Tai Ji  (Nei Gong “Lavoro interno”, ovvero An Jin “la Forza del lavoro Non-visibile”), dove un impiego diverso, e per certi aspetti rivoluzionario, della mente è lo strumento chiave.

 

Superficiale e profondo

Nei classici del Tai Ji si dice “Usare la mente (Yi, mente - Intenzione), non usare la forza (Li, forza generata dall’attivazione fisica del corpo)” .
Si capisce facilmente che questo principio non è riducibile a un banale “Pensare prima di agire” o “Usare la mente, non la forza muscolare”, anche se devo riconoscere con imbarazzo che anche in commenti autorevoli spesso non si va molto oltre queste verità lapalissiane, ma prive di qualsiasi utilità pratica.
Si tratta invece di modificare il modo di funzionare della mente in relazione al corpo, spostando la nostra coscienza dal livello più superficiale della mente, quella che osserva, per così dire, il movimento come dall’esterno, e che è in rapporto molto stretto con i sensi “esterni” (vista, udito, tatto, odorato e gusto) ad un livello più profondo che si colloca dentro il corpo sintonizzandosi sulle sensazioni che effettivamente sorgono nel corpo che si muove.
Tali sensazioni sono costantemente generate dai recettori collocati nei muscoli, nei tendini e nelle articolazioni, ma ben di rado sono effettivamente percepite a livello corticale. [xi]
Convenzionalmente, e senza voler attribuire a questo termine alcun significato neurofisiologico specifico, definiamo quest’area di confine della coscienza che è in grado di impiegare i “sensi interni” come il primo, e più superficiale (in quanto ancora molto legato al corpo), livello della “Mente Profonda”.
Mente Profonda è un concetto funzionale, anch’esso privo di connotazione neurofisiologica, che sta ad indicare la possibilità di elaborare informazioni di natura sottile, non disponibili attarverso l’uso dei sensori fisici esterni ed interni; in cinese è spesso usata la parola “Xin” (Cuore), che indica in questo caso la radice stessa della vita psichica.[xii]
Tornando al rapporto fra “mente  superficiale” e “mente di confine”, si nota che molte persone hanno una certa familiarità con la sensazione di contrazione muscolare, ma statisticamente sono molto pochi coloro che davvero sentono il rilasciarsi del muscolo, mentre i più pensano che il muscolo si sta rilasciando. Nella nostra pratica utilizziamo spesso esercizi di consapevolezza e ricondizionamento che aiutano a smascherare questa falsa coscienza e a portare davvero la mente nei luoghi del corpo dove le cose stanno effettivamente accadendo.
Alcune sensazioni propriocettive come l’allungamento eccentrico dei muscoli (fondamentale nel Tai Ji per immagazzinare forza elastica) sono impossibili da sentire realmente se non calandosi in uno stato di coscienza molto profondo; un nostro maestro, Patrick Kelly [xiii], dice spesso “chiudete la vostra mente in se stessa come se foste sul punto di addormentarvi”.[xiv]
Nella nostra Scuola utilizziamo esercizi preliminari tecnicamente semplici per allenare progressivamente questa capacità di autentica “introiezione della coscienza” che dovrebbe poi essere riprodotta più costantemente possibile durante l’esecuzione della sequenza.
Inizialmente l’aspetto “passivo” (Yin) della mente, la consapevolezza, prevale consentendo di esplorare a fondo gli effetti del movimento corporeo sotto forma di specifiche sensazioni e stati mentali; gradualmente, tali sensazioni o configurazioni potranno essere evocate con intensità e precisione, generando esse stesse il movimento o stato fisico corrispondente. In altri termini, l’aspetto “attivo” (Yang) della mente (“Intenzione”)  impara  a dirigere il movimento esteriore del corpo evitando di fornire comandi motori diretti e invece  attirando, per così dire, il corpo stesso a manifestare nella sua organizzazione dinamica la stessa configurazione che la mente sta assumendo.
Ciò, naturalmente, avviene attraverso un flusso continuo di cambiamenti, e questo ci porta a rivedere in modo più approfondito il rapporto fra Sequenza e Posture.

 

Fotografare le onde

Abbiamo defnito prima le posture come picchi di particolare intensità e coerenza nel flusso della forma; più correttamente diciamo che quelle che chiamiamo posture della sequenza (“La Gru bianca dispiega le Ali”, “Il Serpente striscia verso il basso”, ecc.) sono in effetti delle onde che sorgono, raggiungono un massimo di intensità e forza e gradualmente si dissolvono nell’onda successiva.
Ognuna di queste onde è stata progettata per indurre uno specifico “sentire” e “saper fare” attraverso un’accurata organizzazione dell’allineamento articolare e del tono muscolare dell’intero corpo. Quando noi isoliamo un momento di questa onda dando alla forma che il corpo ha in quel momento un nome specifico, utilizziamo un espediente didatticamente utile perché consente al principiante di formarsi dei punti di riferimento, una sorta di traccia discontinua del percorso che si andrà a costruire. Si capisce ora meglio l’importanza della precisione nell’assunzione della postura: se i punti cospicui del percorso non sono manifestati correttamente il percorso stesso non si formerà mai per il semplice fatto che tali punti non sono situati sull’onda di cui portano il nome…..
Una volta acquisita una buona forma esterna ed un buon “vissuto interno” della postura, si tratta di ricostruirla a ritroso, cioè di imparare a far sì che il flusso di cambiamenti che conduce a quella postura dalla precedente sia coerente con essa, cioè porti a quel particolare “sentire-fare” in modo logico e naturale; allora non parleremo più di “passaggi di collegamento” fra una postura e l’altra, ma piuttosto di un progressivo manifestarsi e dissolversi di quella specifica configurazione. Lo stesso processo di ascolto corporeo globale, visto dal punto di vista della sequenza dei movimenti (la “Forma” propriamente detta), implica lo spostamento dell’attenzione dai picchi rappresentati dalle posture codificate al processo di cambiamento continuo, così che ciascuna delle infinite sfumature del movimento produca una specifica configurazione di mente, energia e corpo significativa quanto quelle alle quali tradizionalmente si è attribuito un nome.
Ogni postura-onda è caratterizzata come sappiamo da un nome, dunque ha un tema portante suo proprio che può essere definito in termini di qualcosa che accade in relazione ad un ipotetico antagonista (ad esempio “Parare e colpire con il pugno”), e questo è il tema “esterno”, ma anche in termini di qualcosa che accade nel corpo in relazione a se stesso (per esempio “come portare la forza dal piede destro al pugno destro”), e questo è il tema “interno”. Detto in altri termini, ogni onda-postura nasce come risposta ad una domanda tecnico-tattica (come rispondere a un determinato tipo di attacco?) per arrivare a porre al praticante una domanda più complessa (come organizzare la propria struttura interna per manifestare in modo efficace questa forma-funzione?).
Vista sotto questa luce, l’esecuzione della Forma è una serie continua di domande che esigono una risposta dal praticante, domande la cui complessità è ovviamente proporzionale all’esperienza e, fattore non secondario, alla curiosità del soggetto.
Va sottolineato che la qualità delle risposte evocabili dipende strettamente dalla capacità di mantenere una condizione di presenza mentale sufficientemente profonda almeno per la maggior parte del tempo di esecuzione della sequenza, e ciò non avviene automaticamente, data la tendenza della mente superficiale a riprendere il controllo non appena la giusta intenzione si allenta; non si tratta semplicemente di rilassarsi, ma di scegliere, un momento dopo l’altro, di scendere al massimo grado di profondità che riusciamo a raggiungere e di accorgerci di quando non siamo più lì.

 

Onde e Ritmo interno

Al di là del “tema portante” che distingue ogni postura conferendole una precisa individualità, esiste un filo conduttore comune a tutte le onde della sequenza, che è il loro modo di prodursi, la loro struttura interna che dobbiamo ora analizzare per comprendere meglio la natura e la finalità del movimento Tai Ji.
Il primo punto chiave da cui partiamo nella nostra pratica per imparare a generare il movimento Tai Ji è l’esperienza del particolare rapporto di risonanza che esiste fra lo stato, o tono,  della mente e le differenti fasi di attività muscolare e respiratoria, e che può essere riassunto nei suoi elementi essenziali come segue:
    - Quando la mente entra in uno stato di attenzione – concentrazione, ciò facilita la contrazione muscolare (e con essa la produzione di movimento del corpo nello spazio o di parti del corpo rispetto al corpo stesso) e la sua percezione. L’inspirazione si accorda perfettamente con questa fase.
    -Quando la mente entra in uno stato di rilassamento, ciò facilita il rilasciamento muscolare (e con esso, nel caso in cui il corpo si stia muovendo in posizione eretta, l’acquisizione del corretto allineamento e la sua percezione), l’inizio dell’espirazione facilita l’ingresso in questa fase.
    - Quando la mente affonda verso i suoi livelli più profondi, ciò facilita, a condizione che nella fase precedente si sia ottenuto il giusto allineamento strutturale, la contrazione eccentrica dei muscoli (che in questo modo accumulano la forza elastica che verrà poi rilasciata nella fase conclusiva della postura) e l’organizzazione dinamica dell’intera postura intorno al centro vitale addominale – pelvico. L’espirazione continua fino alla sua naturale conclusione.

Regolando in questo modo il rapporto fra tensione e rilasciamento nelle principali aree fisiologiche accessibili alla coscienza (psichico, neuromuscolare, respiratorio) sull’onda del movimento, si ottiene a poco a poco una progressiva “messa in fase” dell’intero sistema psico-biologico.

Tenendo presenti queste osservazioni, possiamo ora analizzare nei dettagli il prodursi di un’onda- postura nel contesto di una sequenza dinamica.

1-      Sia che si tratti del primo movimento della sequenza, sia che osserviamo gli eventi da un qualsiasi punto di essa, perché si generi un movimento è necessario che non vi siano nella mente tracce di movimenti precedenti; la mente deve entrare in una condizione di “non-intenzione” che facilita l’affondamento, o radicamento, del corpo ben allineato. Paradossalmente, è proprio l’impiego di sequenze preordinate che libera la mente dal dover pensare al prossimo movimento; la memorizzazione ormai consolidata consente di impiegare un’energia minima per innescare il movimento, lasciando ampio spazio all’osservazione interna. Possiamo chiamare questa condizione “Punto Zero” o, come si usa dire nel gergo Tai Ji, “ritorno alla Terra”. Per arrivare a questa condizione, nel corso dell’esecuzione della sequenza,  occorre dunque svincolarsi dalla postura immediatamente precedente, e mentre il corpo si rilascia la mente comincia ad evocare l’immagine della postura successiva. Yi Jing 23 Bo: “Il discepolo della saggezza onora la dissolvente sosta; traboccare del vuoto…..”  Il ciclo respiratorio è concluso, si è nella pausa fra espiro ed inspiro successivo.

2-      La mente si concentra intensamente, anche se molto brevemente, generando un’onda di contrazione muscolare che sale attraverso il corpo raccogliendolo nel suo stato ancora fluido; questa è la fase in cui vi è la maggior parte del movimento esterno del corpo e degli arti nello spazio. E’ un movimento di “apertura” (cinese “Kai”) molto visibile dall’esterno, in cui generalmente gli arti si estendono allontanandosi dal corpo, e il corpo stesso si allontana menifestamente, per così dire, dalla postura precedente. Yi Jing 3 Zhun: “Il Germogliare. Sorgente,Crescere…. Il solido e il flessibile iniziano a mescolarsi…..” La sensazione che viene suggerita è “Inspirare come sollevando qualcosa attraverso il corpo”

3-      La mente si rilascia, inizia l’espirazione il corpo comincia a dirigersi verso la terra ricercando, grazie alla prevalenza di rilasciamento muscolare, il giusto allineamento; il movimento esterno diminuisce e gli arti si riavvicinano al corpo, cominciando a evidenziare la forma della postura in via di manifestazione. Yi Jing 41 Sun: “Il Diminuire: realizzare il Dao coinvolge aggiustamento davvero….. prima pesantezza e pure dopo versatilità…. Possedere direzione nell’andare….”E’ iniziato il movimento di “chiusura” (cinese “He”)

4-      La mente scende in profondità, l’espirazione continua, l’intero corpo si dirige verso il centro, raggiungendo la condizione di massima stabilità, forza e compressione elastica. Il movimento esterno è minimo. Yi Jing 36 Ming Yi: “La luce nascosta… la luce entra nel centro della terra…”

5-      La mente si espande, come un’onda che sorge dal profondo e si dirige attraverso il corpo verso l’esterno; l’espirazione giunge alla fase conclusiva e tende a scomparire dalla coscienza, la forza elastica accumulata dai muscoli viene rilasciata provocando una leggera estensione degli arti. Yi Jing 35 Jin: “Il Prosperare. Avanzare davvero. La luce esce sopra la terra. Cedere e pure aggregarsi raggiunge il grande luminoso.” Questo è il momento di massima estrinsecazione della postura, immediatamente seguito dalla discesa verso il punto zero, e così di seguito.

 

Oltre la Forma

Questo ciclo si ripete continuamente nella Forma, faciltando, col tempo e la costante ripetizione, lo sviluppo di un corpo-mente Tai Ji più capace di rispondere con efficacia e naturalezza a se stesso e al mondo che lo circonda. Questo implica il superamento di una quantità di schemi motori e reazionali disfunzionali profondamente radicati nella memoria strutturale del corpo e del sistema nervoso. Questa è la funzione e il limite naturale delle sequenze dinamiche, come di qualsiasi altro strumento di pratica; la funzione ultima della Forma Tai Ji è di portare l’adepto avanzato a sentire questo limite e a superarlo, non solo riscoprendo il proprio movimento naturale, ma anche aprendosi a quella “Mente Profonda” che va oltre la precezione dei segnali interni del corpo. I cinesi chiamano questa condizione “Spirito Originario” (Yuan Shen), condizione in cui si è in risonanza con un campo informazionale molto più vasto di quello ordinariamente accessibile, e che si dispiega solo allorchè la mente superficiale ego-centrata è in uno stato di quiescenza.
Parallelamente, anche la sensazione del corpo è destinata a cambiare. Dapprima (e per molto tempo) esso sarà percepito in modo molto fisico, poi si comincerà ad avvertire le fluttuazioni energetiche nel corpo e nel campo elettromagnetico immediatamente circostante, e forse in seguito qualcosa di ancora diverso.
Così il “Canto dell’Autentico significato” tratto dai “Classici del Tai Ji” descrive la condizione di piena realizzazione dell’arte:

 

Nessuna forma, nessuna ombra.
L’intero corpo trasparente e vuoto.
Dimentica ciò che ti circonda e sii naturale.
Come una campana di pietra sospesa dalla Montagna Occidentale.
Ruggito di tigri, grida di scimmie.
Chiara fontana, acque tranquille.
Fiume impetuoso, oceano in tempesta.
Con tutto il tuo essere, sviluppa la tua vita. “

 

Bibliografia

-Marco VenanziTiziano GrandiFondamenti di Tai Chi Chuan” (Ed. LUNI, Milano, 2001)

-Lao ZhiDao De Jing” (Il Classico della Via e della Virtù), svariate edizioni disponibili, fra cui “Tao Te King, il Libro della Via e della Virtù”, (Ed. Jaca Book, Milano, ultima ristampa 1999,  traduzione e commento di Claude Larre)

-Yi Jing (I-Ching, Il Classico dei Mutamenti), svariate edizioni disponibili, quella citata nel presente articolo presenta una traduzione letterale dal cinese ampiamente commentata (RED Edizioni, Como, 1996)

-Dr. Yang Jwing-MingTai Chi secrets of the ancient masters – selected readings with commentary”(I Classici del Tai Ji), YMAA publ. Center (Boston,USA, 1999).

-Waysun Liao “I Classici del Tai Chi” (Ubaldini - Astrolabio Editore, Roma, 1996; una scelta di testi leggermente diversa, con istruzioni tecniche sull’esecuzione della Forma)

-Patrick KellyRelax, Deep Mind”, pubbl. personale distribuita direttamente dall’autore.

-Catherine DespeuxTai Ji Quan, art martial, technique de longue vie  Guy Tredaniel, ed. De la Maisnie, Paris, 1981 (tradotto in italiano da Edizioni Mediterranee)

-Jan DieperslootThe Tao of Yi Quan, the method of awareness in the martial arts” (ed. Center for Healing & the Arts, Walnut Creek, CA, USA, 1999)

 

 

Note biografiche

 

Marco Venanzi, nato nel 1950, vive e lavora a Milano come medico omeopata, qualificato anche in Medicina Tradizionale Cinese e Ipnosi. Ha approfondito per molti anni la via delle arti marziali esplorando Judo, Aikido e soprattutto Karate e Ken Jitsu (l’arte della sciabola giapponese), contemporaneamente conseguendo l’abilitazione all’insegnamento dello Yoga (diploma rilasciato dallo Sri Narain Ashram di Ayodhya, India), dedicandosi poi esclusivamente negli ultimi 15 anni alla pratica e all’insegnamento del Tai Ji Quan (Tai Chi Chuan) e del Qi Gong (Chi Kung) terapeutico che attualmente svolge presso l’Associazione culturale “Il Drago che Nuota” (www.ildragochenuota.com) da lui diretta. Ha pubblicato diversi articoli sul Tai Ji Quan su riviste del settore (Samurai, Arti d’Oriente, Enertao).

 

 

 

 

 



[i] Nei Classici del Tai Ji si legge: “Che cos’è il Tai Ji (Polarità suprema, il principio del Mutamento come essenza dei fenomeni)? Esso è generato dal Wu Ji (“Non- polarità” , lo stato di pieno-vuoto che precede il manifestarsi dei fenomeni) ed è il Perno del movimento e dell’immobilità. E’ la madre di Yin e Yang (le due polarità fondamentali).

Quando si muove, si divide. A riposo si riunifica” (Wang Zong Yue, Classici del Tai Ji). E ancora: “Cerca l’immobilità nel movimento, cerca il movimento nell’immobilità” (Autore anonimo “Punti chiave sul Tai Ji Quan)

[ii] Taoista, da Tao (Dao), la Via (Do in giapponese), ovvero il principio fondamentale che anima il mondo manifesto e che si sostanzia primariamente attraverso il gioco della polarità Yin-Yang e del continuo mutamento. La ricerca taoista implica, come lo Yoga indiano, la scoperta delle leggi più profonde della natura attraverso il laboratorio corporeo. Alcuni testi fondamentali, riconosciuti dalla cultura cinese come “Classici” (Jing) di valore assoluto ne raccolgono i principi filosofici ed operativi, fra essi soprattutto il Dao De Jing di Lao Zhi e l’Yi Jing, quest’utimo spesso citato nel presente articolo.

[iii] Originariamente il Tai Ji Quan trasmetteva nell’ambito della famiglia che lo aveva creato, esisteva dunque lo stile Yang che era quello formulato dalla famiglia Yang, e così lo stile Chen, lo stile Wu, ecc.

[iv] Yi Jing 4. Meng:  Il discepolo della saggezza usa i frutti del movimento per alimentare la realizzazione del Dao

[v] Yi Jing 50 Ding:  Il discepolo della saggezza usa correggere la posizione per consoidare il destino

[vi] L’Yi Jing (I-Ching), il “Classico dei Mutamenti” è universalmente riconosciuto come uno dei testi  fondamentali della tradizione taoista; oltre che un mirabile (se usato correttamente) strumento di divinazione, esso si presta ad illuminare i diversi momenti dello sviluppo spirituale che il praticante incontra nel suo percorso personale.

[vii] I vecchi maestri esigevano questo grado di precisione dagli allievi che ritenevano più dotati e destinati a progredire, tanto che la descrizione precisa delle distanze fra le varie parti del corpo nella realizzazione delle posture era considerato quasi un segreto.

[viii] Per inciso, il Carciofo (principio attivo che dà il nome al Cynar) agisce beneficamente sul fegato, e il “ristagno di Qi (energia) del Fegato” è senz’altro uno dei più diffusi sintomi di scarso controllo dello stress quotidiano……

[ix] Yi Jig 60 Jie: “Il discepolo della saggezza usa ritagliare per determinare le misure e soppesare per realizzare il Dao nel movimento”

[x] Naturalmente, quanto realizzato nella Forma deve poi essere collaudato “sul campo” attraverso gli esercizi in coppia con un partner, ma questo esula dal tema del presente articolo.

[xi] La sensibilità propriocettiva è abitualmente gestita dal cervelletto, il principale centro per la regolazione della postura e del movimento, che opera integrado le afferenze provenienti dai recettori periferici e centrali in funzione del “programma motorio” generale fornito momento per momento dalla corteccia cerebrale.

[xii] Yi Jing 24 Fu: “Ritornare: il proprio vedere cielo e terra coinvolge il raggiungere il cuore”

[xiii] Patrick Kelly è stato per circa un ventennio allievo diretto del Maestro Huang Xin Xian, fondatore della scuola a cui il sottoscritto fa riferimento, ed ha avuto il grande merito di riuscire a tradurre in un linguaggio per noi comprensibile ciò che i maestri cinesi in genere descrivono in modo alquanto ermetico, riuscendo anche ad evidenziare le concordanze fra il metodo Tai Ji, il Raja Yoga e la tradizione Sufi.

[xiv] Yi Jing 17 Sui: “Il discepolo della saggezza usa volgersi verso l’oscurità per entrare in una riposante sosta

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