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Tai Ji Quan dall’altro capo del mondo

Incontro con Clive Pankhurst, insegnante neozelandese di Tai Ji.

a cura di Marco Venanzi

 

Nel novembre 2004 abbiamo avuto il piacere di ospitare a Milano per un workshop e una serie di lezioni private l’amico Clive Pankhurst, che avevamo conosciuto qualche anno fa in occasione dei nostri primi incontri con Patrick Kelly, e di cui avevamo avuto modo di apprezzare sia le qualità umane che le capacità tecnico - didattiche.

L’invito è nato con l’intento di trasmettere agli studenti con chiarezza e precisione gli elementi di base del sistema di Patrick Kelly, di per sè piuttosto complesso, che Clive conosce bene per essere stato uno dei suoi primi allievi  e per aver conosciuto personalmente il Maestro Huang[1].

In questa occasione gli ho rivolto qualche domanda sulla sua storia e sul suo modo di vedere il Tai Ji Quan.

 

 

Clive, puoi raccontarci qualcosa di te e  della tua “storia marziale”?

 Sono nato nel 1958 a Stillwater, in Nuova Zelanda, dove tuttora vivo con mia moglie e i miei figli.  
Ho conosciuto le arti marziali all’età di 13 anni facendo un po’ di Judo a scuola e successivamente ho proseguito praticando Karate, Ju Jitsu e Kung Fu; in realtà cercavo in queste discipline una sorta di “connessione spirituale”, qualcosa che mi aiutasse a rendere la mia mente più pulita e lineare, qualcosa che rispondesse alle mie domande sul senso della vita ma in un modo diverso da quello che viene offerto dalle religioni.  
Il Tai Ji Quan mi fu consigliato proprio dal mio insegnante di Kung Fu, che praticava uno stile molto duro e si era reso conto che io avevo bisogno di qualcosa di diverso.

 

Come hai conosciuto Patrick Kelly?

Trovai in una libreria un biglietto che pubblicizzava i suoi corsi. Devo dire che la mia prima impressione fu del tutto negativa! Abituato com’ero alla disciplina rigorosissima del mio maestro di Kung Fu, ebbi l’impressione che lì non ci fosse nessuna regola, gli studenti andavano e venivano a loro piacimento, spesso qualcuno interrompeva l’allenamento e si sedeva a riposare. Tuttavia, al di là di questa mia prima impressione, notai presto che Patrick era lui  stesso molto disciplinato; puntuale e preciso nella conduzione delle lezioni, era molto disponibile ad aiutare coloro che, come me, dimostravano un sincero interesse ed impegno nella pratica; egli riteneva, ed io condivido questa impostazione, che non fosse compito dell’insegnante disciplinare gli studenti, quanto piuttosto aiutarli a trovare in se stessi il senso della disciplina.

 

Perchè hai continuato a praticare il Tai Ji Quan?

Innanzitutto, dopo qualche perplessità iniziale, decisi di praticarlo abbastanza a lungo da poterne giudicare la validità in relazione a ciò che io cercavo e cioè una risposta al “senso della vita” che coinvolgesse profondamente il corpo; oggi posso dire che il Tai Ji è un radicale approccio “olistico” alla necessità di evoluzione interiore, e ritengo che un Tai Ji di qualità dovrebbe avere un impatto generale sulla nostra vita, aiutarci a collocarci autenticamente al centro di essa. Credo che ogni praticante dovrebbe chiedersi con sincerità quali sono le sue motivazioni; ciò aiuterebbe a non sprecare nè le proprie energie nè quelle dell’insegnante.

 

Qual’è secondo te l’essenza del Tai Ji Quan come viene proposta da Patrick Kelly?

“Cambiamento” è la parola che esprime in modo più immediato questa essenza, ma forse è meglio dire “Raffinamento” delle proprie potenzialità, sviluppo di modelli di adattamento al flusso delle cose sempre più adeguati; è il cambiamento come inteso dalla cultura taoista e come espresso nel Yi Jing (il Classico dei Mutamenti).  
Nulla dovrebbe essere dato per scontato, occorre una mente aperta disponibile a mettere in discussione tutto; non si tratta di acquisire tecniche, per quanto efficaci, ma di scoprire nuovi modelli di movimento, nuovi schemi di interazione mente - corpo.  
In inglese usiamo la parola “resilience” per indicare la capacità di recuperare la propria forma originale dopo essere stati sottoposti ad una pressione, ed è questo che dovremmo cercare nel Tai Ji.

 

Qual’è la prima cosa che uno studente di Tai Ji dovrebbe sviluppare?

Senza alcun dubbio è la precisione, l’accuratezza nel posizionare il corpo e le sue diverse parti, saper entrare esattamente nella forma che la nostra intenzione ha creato.  
Questo aspetto è molto sottovalutato; molti pensano che sia una perdita di tempo concentrarsi sulla precisione del gesto e che una posizione sia comunque valida purchè sia salvaguardata l’essenza del movimento. Questo può essere vero a livelli molto avanzati, ma nei primi anni di pratica la capacità di “disciplinare” il corpo rappresenta uno strumento primario e indispensabile per cominciare a disciplinare la mente; inoltre imparare a far corrispondere la forma corporea con l’immagine mentale della forma stessa è il primo gradino del processo di “accordatura” e sincronizzazione fra mente e corpo.  
Senza questo lavoro di base sarà molto difficile ottenere risultati profondi, e un’autentica disciplina mentale non sarà mai acquisita, ci sarà forse un movimento esterno gradevole, forse anche una tecnica efficace, ma non ci sarà vero Kung Fu: si tratta di una porta che ogni studente di Tai Ji deve accettare di attraversare.  
Per queste ragioni ho scelto la precisione come una delle parole-chiave per questo mio primo incontro con i praticanti italiani.

 

Tu hai conosciuto direttamente il Maestro Huang; che cosa ricordi di lui?

Il Maestro Huang aveva grandi capacità marziali, era un autentico Guerriero, ma ciò che mi piace ricordare di lui è soprattutto che era un uomo pieno di benevolenza; chiunque si dimostrasse un buon studente era sicuro di ricevere da lui il massimo che era in grado di raccogliere in relazione al suo livello. Peraltro, non rispondeva volentieri alle domande, che spesso restituiva con una frase come “E’ meglio che pratichi ancora, la risposta ti arriverà da sè”.  
Per me è stato come un padre; era molto autorevole, ma aveva un grande senso dell’umorismo, gli piaceva ridere e godeva della propria vita.

 

Cosa pensi dei “Classici del Tai Ji”?

La lettura dei classici è sempre utile. Consiglio ad ogni studente, indipendentemente dal suo livello, di leggere i Classici almeno una volta all’anno. Quando il Tai Ji diviene davvero parte della propria vita, questi testi costituiscono una costante fonte di ispirazione; non si tratta infatti di scritti astratti o filosofici, ma di una guida all’apprendimento destinata a fornire risposte sempre più profonde man mano che il livello del praticante cresce.

 

Nell’ambito delle arti marziali cinesi si parla spesso di “stili esterni” e “stili interni”; come vedi il Tai Ji da questo punto di vista?

Esterno e interno non dovrebbero essere riferiti allo stile o scuola in sè ma al modo di praticare. Esiste quindi un Tai Ji esterno, costruito prevalentemente sulla mente superficiale, quella che si fonda prevalentemente sulle sensazioni esterne (vista, udito, ecc), e che sviluppa soprattutto destrezza e velocità, ed un Tai Ji interno che invece allena soprattutto il contatto con livelli più profondi della mente attraverso le sensazioni interne (sensibilità propriocettiva). Nel Tai Ji esterno prevale l’azione, nel Tai Ji interno prevale l’ascolto.  
Il nostro metodo di allenamento è di tipo interno, e questo è il motivo per cui gli esercizi che costituiscono il nostro sistema didattico sono impossibili da “esportare” all’interno di altre scuole; la loro forma o tecnica  non è infatti separabile dal lavoro che il praticante svolge dentro di sé.  
Naturalmente esterno e interno sono anche livelli di sviluppo della pratica: anche nella nostra scuola l’allenamento sarà inizialmente basato soprattutto sulla mente superficiale e sulle sensazioni esterne (è in questa fase che la precisione posturale riveste una particolare importanza) e solo dopo qualche anno di applicazione accurata del metodo didattico previsto sarà possibile accedere alle sensazioni interne ed impiegarle efficacemente sia nell’esecuzione della forma che nella pratica con un partner.

 

Cosa pensi dell’efficacia marziale del T ai Ji Quan?

Normalmente quando pensiamo alla marzialità, al combattimento facciamo riferimento soprattutto alla forza, alla tecnica e alla velocità. In realtà l’autentica efficacia marziale è più in relazione con la mente; basti pensare a quanto la paura può paralizzare il corpo rendendoci incapaci di applicare quanto  credevamo di aver imparato. Il metodo Tai Ji implica una profonda ristrutturazione dei nostri modelli reazionali a livello mentale e neuro-muscolare, modelli che si sono costruiti e radicati fin dai nostri primi anni di vita; è chiaro che si tratta di un lavoro molto più complesso di quanto non sia l’apprendimento di nuovi schemi che, per quanto avanzati, se vengono sovrapposti alla nostra struttura di base senza che essa venga radicalmente modificata, non diventeranno mai naturali e difficilmente ci verranno in aiuto nei momenti di emergenza. [2]

Onestamente, credo che per poter ottenere questo tipo di efficacia occorrano almeno una ventina d’anni……  
Il Maestro Huang che, come ho detto prima, era un vero Guerriero, diceva spesso che il Tai Ji Quan non è per combattere, la sua funzione è il raffinamento e l’evoluzione della persona; la capacità marziale è un “effetto collaterale” di una pratica corretta.

 

Oggi si parla molto delle competizioni di Tui Shou sportivo, qual è la tua opinione in proposito?

 Il tui shou è parte integrante della pratica Tai Ji, e può essere analizzato da diversi punti di vista; ciò che mi preme sottolineare in relazione alla tua domanda è che una delle sue funzioni primarie è di mettere alla prova non tanto le nostre acquisizioni tecniche quanto piuttosto il nostro atteggiamento mentale nel momento in cui ci confrontiamo con un’altra persona.  
Dal momento del primo contatto con l’altro noi decidiamo, attimo dopo attimo, con quale grado di pienezza vogliamo essere presenti; se la nostra consapevolezza è adeguata noi possiamo osservare ciò che realmente sentiamo, e spesso ci accorgiamo che il nostro ego non vuole essere spinto, non vuole apparire debole, non vuole perdere l’equilibrio…..  
Da questo punto di vista la competizione sportiva, orientata alla vittoria sull’altro, non può fare altro che rinforzare il nostro ego, anziché facilitarne l’evoluzione, e dunque non ha alcun senso nel contesto di una pratica autentica di Tai Ji, anche se certamente può servire a coltivare taluni aspetti esterni dell’arte che, in alcuni casi, possono essere di aiuto all’immagine che una scuola di Tai Ji presenta al pubblico.


Note:

[1] Patrick Kelly è stato per oltre  vent’anni allievo diretto  del Maestro Huang Xin Xian; quest’ultimo, insigne esponente dello stile dela Gru Bianca, si “convertì” al Tai Ji Quan allorchè incontrò il Maestro Zhen Man Qing, di cui abbracciò tutti i principi fondamentali, fondendoli armoniosamente nella sua scuola (detta appunto scuola Huang) con alcuni aspetti della Gru Bianca, dando forma ad una variante molto interessante dello stile Yang.
La scuola Huang, la cui base principale è in Malesia, è caratterizzata da un programma didattico molto completo e progressivo; Patrick Kelly ha avuto il grande merito di tradurre il linguaggio spesso ermetico dei maestri cinesi in un sistema logico e consequenziale adatto ad impiegare il Tai Ji Quan per la coltivazione della persona sul piano della salute, dell’evoluzione spirituale e della capacità marziale.

 

[2] Vedi articolo di Marco Venanzi “Tui Shou, buone ragioni per mettersi le mani addosso” pubblicato su Arti d’Oriente n. di settembre-ottobre 2004 e consultabile sul sito www.ildragochennuota.com

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