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 Presenza Mentale
e
Chiara Visione

E’ fatto significativo e degno di essere meditato, che la Bibbia inizi con le parole: “ In principio Dio creò il Cielo e la Terra…” , mentre il Dhammapada, uno dei libri  più popolari delle scritture Buddiste, si apre con le parole: “La mente precede le cose, le domina, le crea.”.
Queste profonde parole sono la calma, tollerante, ma ferma risposta del Buddha a quella credenza biblica. Qui le strade di queste due scuole di pensiero si dividono: l’una conduce verso un immaginario “al di là”, l’altra conduce direttamente alla mèta, al cuore stesso dell’uomo.
    La mente è la più vicina a noi, poiché soltanto attraverso di essa noi siamo consapevoli del cosiddetto mondo esterno che comprende il nostro corpo. La mente è la fonte di ogni bene e di ogni male che sorge dentro di noi. Se si vuole salvare o migliorare il mondo, è al nostro interno che bisogna cominciare l’opera di risanamento. La moderna scienza della mente può ben completare, in molti dettagli pratici e teorici, la “dottrina della mente” proveniente da antiche scuole orientali, di cui quella buddista è la più conosciuta.

Il messaggio del Buddha come “dottrina della Mente”, insegna tre cose:
1)      Conoscere la Mente, che è così vicina a noi, eppure  è così sconosciuta.
2)      Modellare la Mente, che è così lenta ed ostinata, e tuttavia può diventare così flessibile.
3)      Liberare la Mente, che ovunque è in schiavitù, e tuttavia può conquistare la libertà qui ed ora.

Anche altri saggi maestri del passato hanno detto ed evidenziato la stessa cosa, per esempio Socrate: Conosci te stesso, Cristo: Ama il prossimo tuo come Te Stesso – evidenziando che il lavoro altruistico verso il prossimo comincia appunto dal conoscere, amare e rispettare se stessi…-

Qui tratterò solo per quel tanto  che è necessario l’aspetto teorico della dottrina della Mente, così come in origine veniva inteso nell’ insegnamento originario del Buddha.

Tutto ciò che il Buddha con il suo messaggio voleva trasmettere era: “Sii mentalmente presente!” che pervade il grande sermone sui “Fondamenti della Presenza Mentale” –Satipatthana Sutta-
Questo ammonimento richiede, naturalmente, l’ulteriore delucidazione della domanda: “ Essere mentalmente presenti a che cosa?” e “Essere mentalmente presenti, come?
La risposta è fornita nel Satipatthana stesso. Se abbiamo detto che la dottrina della Mente è il punto iniziale, focale e culminante del messaggio del Buddha, dobbiamo ora dire che la Retta Presenza Mentale ha la stessa posizione  nella dottrina buddista della Mente.

La Presenza Mentale, allora è
                    l’infallibile chiave maestra per conoscere la Mente, e dunque il punto iniziale;
                    lo strumento perfetto per modellare la Mente, e dunque il punto focale.
                    l’alta manifestazione della conseguita libertà della Mente, e dunque il punto culminante.

Perciò i fondamenti della Presenza Mentale (Satipatthana) sono stati giustamente dichiarati dal Buddha “L’Unica Via” (ekayano maggo).

 

Che cos’è la Presenza Mentale?
                                               
La Presenza Mentale, benché tanto lodata e capace di così grandi conseguimenti, non è assolutamente uno stato mistico, al di là della comprensione e della portata della persona comune. Essa, è al contrario, qualcosa di veramente semplice e comune, e molto familiare. Nella sua manifestazione elementare, conosciuta con il termine “attenzione”, è una delle funzioni cardinali della coscienza stessa senza la quale non può esserci assolutamente  percezione di alcuno oggetto. Se un oggetto esercita uno stimolo sufficientemente forte, l’attenzione si ridesta nella sua forma fondamentale, come un iniziale prendere cognizione dell’oggetto.  Grazie a ciò, la coscienza si apre un varco nell’oscura corrente del subconscio. Questa funzione di presenza mentale germinale, o attenzione iniziale, è ancora un processo piuttosto primitivo, ma è di decisiva importanza, costituendo il primo emergere della coscienza dal suo sottosuolo inconscio.
Da questa prima fase del processo percettivo risulta naturalmente soltanto un’immagine generica e indistinta dell’oggetto. Se vi è un’ulteriore interesse per l’oggetto, o se il suo contatto con i sensi è abbastanza forte, un’attenzione più viva sarà rivolta verso i dettagli.
L’attenzione, poi si fisserà non soltanto sulle varie caratteristiche dell’’oggetto, ma anche sul suo rapporto con l’osservatore ( così ben espresso nella teoria del processo di indeterminazione fatta da Heisenberg…). Questo metterà in grado la Mente di paragonare l’attuale percezione con quelle analoghe richiamate dal passato e, in questo modo sarà possibile una coordinazione dell’esperienza. Questo è detto : Pensiero Associativo.
Senza memoria, l’attenzione fornirebbe soltanto dati isolati, come nel caso della maggior parte degli animali.

E’ dal “pensiero associativo” che deriva il passo più importante dello sviluppo evolutivo: la generalizzazione dell’esperienza, cioè la capacità di pensiero astratto. Questa seconda fase può essere suddivisa in quattro parti: aumento del dettaglio, riferimento all’osservatore, pensiero associativo e pensiero astratto.

Di gran lunga, la maggior vita mentale del genere umano oggi si svolge nello stadio di sviluppo della seconda fase. Essa copre un campo molto vasto: da ogni attenta osservazione dei fatti di ogni giorno e dall’attento svolgimento di qualsiasi lavoro, fino al lavoro di ricerca della scienziato e alle sottili riflessioni del filosofo. Qui la percezione è certamente più dettagliata e comprensiva, ma non è necessariamente più attendibile. E’ ancora più o meno falsificata dalle associazioni errate e da altre mescolanze, da pregiudizi emotivi e intellettuali, da pensieri di desiderio ecc…
essenzialmente dalla principale causa dell’illusione: la cosciente o sconsiderata assunzione di una sostanza permanente nelle cose, e di un Ego o anima negli esseri viventi. Da tutti questi fattori può essere seriamente compromessa l’attendibilità anche delle percezioni e dei giudizi più comuni.
Chiunque non pratica l’insegnamento del sistematico addestramento della Mente, sarà privo di ogni concreta possibilità di vedere le cose  in maniera chiara.

Con il seguente processo nel graduale sviluppo dell’Attenzione, entriamo propriamente nella sfera della Retta Presenza Mentale o Retta Attenzione ( Samma Sati). E’ chiamata “Retta” perché rende la Mente libera da influenza falsificanti; perché ci insegna a fare la cosa giusta nel modo giusto, e perché asseconda il giusto fine… l’estinzione del dolore ( con estinzione del dolore si intende l’eliminazione del condizionato modo di reagire della mente alle emozioni prodotte dalla macchina biologica umana, indipendentemente che esse siano negative o positive. In realtà non esistono emozioni negative o positive ma soltanto delle riverberazioni alle reazioni biochimiche prodotte dalla macchina biologica umana.)

La Retta Presenza Mentale, assolve alle stesse funzioni delle due fasi di sviluppo inferiori, benché lo faccia a livello più alto. Queste funzioni comuni ad esse sono: produzione di una sempre più grande chiarezza ed intensità di coscienza, e rappresentazione di un’immagine della realtà che è sempre più purificata da ogni falsificazione.

Ho fornito qui un breve profilo dell’evoluzione dei processi mentali come sono rispecchiati dalle effettive fasi e dalle differenze qualitative di percezione:  dall’inconscio al conscio; dalla prima incerta dettagliata conoscenza di un oggetto a una più distinta percezione e ad una più dettagliata conoscenza di esso; dalla percezione dei fatti isolati alla scoperta delle loro connessioni causali, e altre; da una conoscenza ancora imperfetta, imprecisa o preconcetta, a una chiara ed inalterata rappresentazione da parte della Retta Presenza Mentale. Abbiamo visto come in tutte queste fasi, essa sia un aumento  dell’intensità e delle qualità dell’attenzione, o Presenza Mentale, che è principalmente utile nel rendere possibile un passaggio allo stadio superiore seguente. Se la mente umana cerca una cura per i suoi mali presenti e desidera porsi saldamente sulla via di un ulteriore progresso evolutivo, dovrà ancora passare la Porta Reale della Presenza Mentale.

 

La strada dello sviluppo della Coscienza.
                                                               
Il secondo stato di sviluppo- la più estesa, ma ancora ingannevole conoscenza dell’universo degli oggetti- è già un sicuro possesso della coscienza umana.
Essa ci permette di crescere soltanto nella dimensione dell’ampiezza ( espansione cerchio orizzontale…), cioè l’aggiunta di fatti e dettagli nuovi, e il loro uso per fini materiali. A causa dell’aumento della conoscenza dei dettagli, l’eccessiva specializzazione con tutti i suoi conseguenti effetti benefici e nocivi, ha fatto molta strada nelle civiltà moderna. Le conseguenze biologiche di uno sviluppo unilaterale sono ben note: degenerazione, ed infine eliminazione della specie, come nel caso di alcuni animali. Il pericolo odierno, tuttavia, è l’eccessivo sviluppo di un’attività cerebrale parziale dedita soltanto a fini materiali, al servizio della sete di piacere dei sensi e dall’avidità del potere. Il pericolo è che un giorno l’umanità possa essere annientata dalle stesse creazioni del suo cervello ipertrofico – le sue invenzioni che uccidono il corpo, e le sue distrazioni che uccidono la Mente-.
Se l’umanità continuerà a muoversi solo sul piano del secondo stadio evolutivo, l’aspetta una stasi se non una catastrofe. E’ soltanto per mezzo di un progresso della chiarità mentale, cioè nella qualità dell’attenzione o presenza mentale, che un vivo impulso e un nuovo progresso saranno reintegrati nella struttura della coscienza umana moderna.

 

Retta Presenza Mentale e sue Divisioni.

                                                               La Retta Presenza Mentale è il settimo fattore dell’Ottuplice Nobile  Sentiero  che secondo il buddismo porta all’estinzione del dolore. Nell’esposizione canonica di questo sentiero, è esplicitamente definita come i: “ Quattro fondamenti della Presenza Mentale”. Perciò, Retta Presenza Mentale e “Fondamenti della Presenza Mentale” o Satipatthana saranno qui usati come termini intercambiabili.

La Retta Presenza Mentale è quadruplice riguardo ai suoi oggetti. Essa è diretta verso il Corpo (1), le Sensazioni (2), lo Stato mentale (3), cioè la condizione generale della coscienza in un dato momento, i Contenuti Mentali (4), o oggetti della coscienza in quel momento.
Queste sono le Quattro Contemplazioni – anapassana-, che formano le principali suddivisioni del Discorso Satipatthana.

Nelle scritture buddiste il termine “Presenza Mentale”, Sati, è frequentemente legato  a un altro termine qui tradotto con “chiara comprensione” –sampajanna-. Questi due concetti formano nella lingua Pali, il composto sati-sampajanna,  che ricorre molto spesso nei testi buddisti. Nell’ambito di quel doppio termine, Presenza Mentale (Sati) si applica preminentemente all’atteggiamento e alla pratica della Pura Attenzione in uno stato mentale meramente ricettivo. La Chiara Comprensione entra in funzione quando è richiesto un certo tipo di azione, compresi i pensieri riflessivi attivi sulle cose osservate.
      Questi due termini possono anche servire come suddivisione generale della Retta Presenza Mentale o Satipatthana, denotante due suoi caratteristici modi di applicazione.

 

La collocazione della Presenza Mentale
nella struttura della dottrina buddista.

                                                             Il termine “Presenza Mentale”, ricorre nelle scritture buddiste in molti contesti e rientra in parecchi gruppi di termini dottrinali, dei quali solo i più importanti saranno qui sezionati.
   “Retta Presenza Mentale” (samma-sati) è il settimo fattore dell’Ottuplice Nobile Sentiero che porta all’estinzione del dolore, che costituisce la quarta delle Quattro Nobili Verità. In una triplice divisione di questo ottuplice sentiero –Virtù, Concentrazione e Saggezza- , la Retta Presenza Mentale appartiene al secondo gruppo, Concentrazione (Samadhi), insieme con Retto Sforzo e Retta Concentrazione.

La Presenza Mentale è il primo dei sette fattori dell’illuminazione (bojjihanga). E’ il primo non solo in ordine di enumerazione, ma perché è fondamentale per il pieno sviluppo delle altre sei qualità, e in particolare è indispensabile per il secondo fattore, l’investigazione dei fenomeni fisici e mentali (dhamma- vicaya-sam-bojjihanga). L’analisi sperimentale diretta della realtà può compiersi soltanto con l’aiuto del fattore di illuminazione che è la Presenza Mentale (sati-sambojjihanga) .

   La Presenza Mentale, è uno delle cinque facoltà (indriya). Le altre quattro qualità sono:
1)      Fiducia, 2) Energia, 3) Concentrazione e 4) Saggezza.

La Presenza Mentale a prescindere dal fatto che è di per se una facoltà fondamentale, ha l’importante funzione di vigilanza sul regolare sviluppo e sull’equilibrio delle altre quattro, in particolare della fiducia (fede) in rapporto alla saggezza (ragione) e dell’energia in rapporto alla concentrazione (calma interiore).

La Pura Attenzione consiste in una pura ed esatta registrazione dell’oggetto. Questo non è compito facile come può sembrare, dato che non è ciò che facciamo normalmente, eccetto quando siamo impegnati in un’indagine disinteressata.  Normalmente l’essere umano non si occupa di una conoscenza disinteressata delle cose come sono in realtà, ma di trattarle e giudicarle dal punto di vista del proprio interesse, che può essere vasto o limitato nobile o volgare. Egli appone delle etichette alle cose che formano il suo universo fisico e mentale, e queste etichette per lo più mostrano il marchio del suo interesse personale e della sua visione limitata. E’ in questa aggregazione di etichette che egli generalmente vive e che determina le sue azioni e reazioni.
Perciò l’atteggiamento della Pura Attenzione –priva di etichette- aprirà all’essere umano comune un mondo nuovo (macrodimensioni…).
    Egli dapprima scoprirà che, dove credeva di aver a che fare con un’unità, cioè con un singolo evento oggetto rivelato da un singolo atto di percezione, c’è, in effetti, molteplicità, cioè un’intera serie di differenti processi fisici e mentali rivelati da corrispondenti atti di percezione, che si seguono l’un l’altro in rapida successione. In seguito egli constaterà con costernazione quanto raramente sia consapevole di un puro e semplice oggetto senza alcuna mescolanza estranea. Ad esempio, la normale percezione visiva, se è di qualche interesse per l’osservatore, raramente rivelerà l’oggetto visivo puro e semplice, ma l’oggetto apparirà alla luce di giudizi soggettivi aggiunti.
In questa condizione, cioè strettamente connessa con aggiunte soggettive, la percezione si immergerà nel deposito della memoria. Una volta richiamata, dal pensiero associativo, essa eserciterà la sua distorcente influenza anche in future percezioni di oggetti analoghi, come pure sui giudizi, le decisioni, gli stati d’animo….
E’ compito della Pura Attenzione eliminare tutte quelle aggiunte estranee dall’oggetto vero e proprio che è allora nel campo di percezione.

La necessità di una così esatta definizione e delimitazione dell’oggetto è posta in rilievo nello stesso Satipatthana Sutta, citando regolarmente due volte il rispettivo oggetto di Presenza Mentale, ad esempio: “ Egli dimora contemplando il corpo nel corpo.”, e non, ad esempio, le sue sensazioni o idee che lo riguardano, come il Commento chiaramente spiega. Prendiamo l’esempio di una persona con una ferita all’avambraccio. In questo caso, l’oggetto visivo vero e proprio consisterà esclusivamente nella rispettiva parte del corpo e nella sua condizione di malattia. I suoi diversi caratteri, come carne, sangue, pus, ecc… saranno oggetti della Contemplazione del corpo, in particolare dell’esercizio riguardante  le varie parti del corpo. Il dolore provato a causa della ferita, formerà un oggetto della Contemplazione delle sensazioni. La nozione, più o meno cosciente, che esso è un Ego, un sé che è ferito e patisce dolore, cadrà sotto la Contemplazione dello Stato Mentale.
Il rancore che si può provare contro la persona che ha causato la lesione, appartiene alla Contemplazione dello stato Mentale (mente dotata di odio) o alla Contemplazione dei Contenuti Mentali (l’ostacolo dell’ira). Questo esempio basterà ad illustrare il minuzioso processo intrapreso dalla Pura Attenzione.

La pratica metodica della Presenza Mentale, che inizia con la Pura Attenzione, fornirà tutta quella conoscenza sulla mente che è essenziale per i fini pratici, cioè il dominio , lo sviluppo e la liberazione finale della mente. La Pura Attenzione purifica l’oggetto osservato dalle impurità del pregiudizio e della passione, la libera da mescolanze estranee e da punti di vista non pertinenti; lo pone saldamente davanti all’Occhio della Saggezza, rallentando il passaggio dalla fase ricettiva a quella attiva del processo percettivo o cognitivo, dando un’opportunità ampiamente perfezionata di indagine attenta ed appassionata.

La Pura Attenzione dapprima fa sì che le cose parlino  da sé, senza interruzione da parte di verdetti definitivi emessi troppo precipitosamente. Il paziente soffermarsi in tale atteggiamento di Pura Attenzione aprirà vasti orizzonti alla propria comprensione ottenendo così, in un modo privo di sforzo, risultati che erano stati negati agli sforzi tesi di un intelletto impaziente.
A causa di una sconsiderata o abituale limitazione, etichettatura, errato giudizio ed errato trattamento delle cose, importanti fonti di conoscenza spesso restano chiuse. L’uomo occidentale in particolare, dovrà imparare dall’Oriente a mantenere la mente più a lungo e più frequentemente in uno stato ricettivo, ma profondamente attento. Quali sono ora, in particolare, i risultati in termini di conoscenza, raggiungibili attraverso la Pura Attenzione?
Accenneremo qui alcuni di essi che sono di primaria importanza. Bisogna lasciare all’individuale “esperienza di viaggio” sulla Via  della Presenza Mentale la giustificazione, l’elaborazione e l’integrazione di ciò che qui è detto in breve.
     E’ già stato detto, e lo ripeto ora…. alla luce della Pura Attenzione, l’atto di percezione, apparentemente uniforme, apparirà, con crescente chiarità, come una sequenza di singole fasi differenziate, che si susseguono a vicenda in rapida successione. Questa fondamentale osservazione dispiegherà gradualmente la sua interiore ricchezza di singoli fatti e delle loro implicazioni di vasta portata.
Nel praticare la Pura Attenzione, il primo potente contatto sulla mente dell’osservatore sarà probabilmente il confronto diretto con l’onnipresente realtà del mutamento (Anicca in lingua Pali).
L’ininterrotta successione di nascite e di morti individuali di ogni singolo evento osservato grazie alla Pura Attenzione, diventerà un’esperienza di forza crescente, ed avrà conseguenze decisive nel progresso meditativo. Da questa stessa esperienza di mutamento transitorio, a tempo debito emergerà la diretta consapevolezza degli altri due Caratteri dell’Esistenza, cioè il Male (dolore, Dukkha) e l’Impersonalità (anatta). Benché la realtà del mutamento sia comunemente ammessa, almeno fino ad un certo grado, le persone comuni ne diverranno consapevoli soltanto quando essa le sfiderà abbastanza violentemente sia in modo piacevole che, per lo più, in modo spiacevole.

La pratica della Pura Attenzione, tuttavia, agirà energeticamente perché la gente si renda conto che il Mutamento è sempre presso di noi; che, anche in una piccolissima frazione di tempo la frequenza dei mutamenti va oltre la nostra comprensione. Probabilmente la prima volta essa ci colpirà –toccando tutto il nostro essere- in quel genere di mondo nel quale effettivamente viviamo. Trovandoci faccia a faccia con il Mutamento, come abbiamo vivamente sperimentato nel nostro corpo e nella nostra mente, abbiamo iniziato ora a “vedere le cose come realmente sono” (Vipassana).
Questo si riferisce in particolare alle “cose della mente”. La mente non può essere compresa senza che la si conosca come un flusso e senza che si rimanga consapevoli di questo fatto in tutte le indagini volte alla conoscenza della mente. Mostrare la realtà, come pure la natura del mutamento nei processi mentali è, perciò, un contributo fondamentale della pratica della Pura Attenzione alla conoscenza della mente. La realtà del mutamento  contribuirà ad essa in modo negativo, escludendo ogni visione statica della mente, che ammetta entità permanenti, qualità fisse… l’analisi profonda della natura del mutamento sarà un contributo in senso positivo, fornendo una messe di informazioni dettagliate sulla natura dinamica dei processi mentali.
Una vera dottrina deve per sua Natura trascendere tutti quei concetti come monismo, dualismo, pluralismo, perché in un mondo condizionato di relatività e di  flusso, questi rigidi concetti appariranno ben presto come del tutto inutili.

Queste mie ultime occasionali note sono volte a un altro contributo alla conoscenza della mente, di carattere più teorico, riguardante quegli atteggiamenti filosofici sopra menzionati, che nascono da false premesse reali, con ampie sovrastrutture teoriche costruite per adattarsi a quelle premesse.

Dopo che la pratica della Pura Attenzione si è risolta in una sicura ampiezza e profondità di esperienza nei suoi rapporti con gli eventi mentali, diventerà un’immediata certezza per il praticante il fatto che la mente non è altro che la sua funzione cognitiva. In nessun luogo, ne dentro ne fuori da questa funzione, si può scoprire alcun agente individuale o alcuna entità stabile. Per mezzo della propria esperienza diretta, si potrà così giungere alla grande verità della Non-anima, o Impersonalità (anatta), dimostrando  che tutta l’esistenza è priva di una personalità stabile di qualsiasi tipo. Anche per la moderna psicologia quest’unico e rivoluzionario insegnamento dell’Anatta può allo stesso modo diventare “favorevole alla conoscenza” in alto grado, attraverso il suo decisivo contatto con le radici e  i vari rami della scienza della mente. Chiamando unica la dottrina dell’Anatta si è voluto distinguerla da ciò che in occidente è noto come “psicologia senza psiche”, che ha per lo più una colorazione materialistica, e che, con un sommesso tono di disapprovazione, è talvolta chiamata “senza anima”.

La Pura Attenzione, inoltre, fornirà una sorprendente e utile informazione sull’attività della mente di ciascuno: il meccanismo delle proprie emozioni e passioni, l’attendibilità della propria forza intellettiva, i propri moventi veri e falsi, e molti altri aspetti della vita mentale.

Se foste capaci di accelerare la vostra attenzione a piacimento,  scoprireste che, ad un certo punto, tutte le cose sembrano come fermarsi… quando la coscienza fluisce, scorre, il tempo si arresta, e quando il tempo scorre, la coscienza si ferma.
Per spiegare meglio ciò utilizzerò un esempio comprensibile non solo a coloro che hanno avuto la fortuna di sopravvivere a qualche drammatico incidente, ma anche per gli altri…durante un incidente automobilistico, tutto sembra avvenire al rallentatore. Ogni momento, cambia forma non appena una nuova scena, suggerita dalla precedente, si manifesta. Ordinariamente, il fluire del tempo accade molto velocemente, al punto che è impercettibile, ma quando la morte organica si avvicina, l’attenzione naturalmente accelera fino a quando ogni momento resta come  “sospeso” in una soggettiva eternità, che passa solo nel momento detto “transizione”. Questi cambiamenti o transizioni, in relazione a una speciale forma matematica e geometrica – YI Qing, o libri simili-, sono interamente prevedibili. Chi ha visto il film “Matrix” si ricorderà sicuramente di quelle scene dove i protagonisti sembrano galleggiare al rallentatore nell’aria… in realtà la mente pensante dietro a quel film voleva comunicare proprio quanto esposto poc’anzi… lo stesso dicasi per un film meno fortunato ma ugualmente importante per capire matematicamente e geometricamente quanto esposto poc’anzi… L’Ipercubo.

Con “transizione” si intende quel movimento volontario o involontario tra camere temporali eternalizzate, cioè eventi isolati senza nessuna ovvia connessione, esistenti in un definito flusso temporale. Accelerando l’attenzione si avrà un rallentamento della percezione del tempo, che se rallentata sufficientemente, produrrà quello che alcuni chiamano “momento eterno”, dove si può esperire ogni singolo momento come “congelato” in una sospensione eterna. Il tempo continua a scorrere, ma impercettibilmente… Non c’è nessun differenza nel morire lentamente o istantaneamente sotto le ruote di un TIR. L’esperienza soggettiva delle camere temporali eternalizzate, sarà sempre la stessa perché gli eventi-cerebrali avvengono più o meno alla velocità della luce. Anche in qualche secondo c’è abbastanza tempo per sviluppare una catena di camere temporali eternalizzate, che per colui che non è iniziato possono sembrare l’inferno!

Quando il momento di morire si avvicina, le camere temporali si frammentano in unità sempre più piccole, come la freccia di Xeno che non raggiunge mai il bersaglio, perché la distanza veniva divisa, poi divisa ancora ed ancora…
Anche dopo certificata morte clinica, esistono piccolissime funzioni cerebrali misurabili, che indicano che la coscienza sta  ancora producendo dei fenomeni soggettivi: c’è ancora qualche microamphere nel cervello, troppo basso per la vita legale, ma ancora misurabile dagli strumenti elettrici.
La coscienza è una funzione cerebrale sinaptica interna, non un set di fenomeni esterni, che auto-produce immagini olografiche e simboli che vagamente assomigliano al mondo oggettivo, questo anche senza stimolo-contatto con il mondo esterno. In ogni caso questa situazione non può durare a lungo, e la totale assenza di stimoli esterni produrrà la morte organica in microsecondi.

Da un punto di vista esterno, la vostra morte può avvenire in un momento, minuti, ore o anche mesi. Solo soggettivamente esiste un cambiamento del flusso temporale. In questo senso, la coscienza è un prodotto dell’attenzione accelerata, che a sua volta diventa una corrispondente funzione  olografica del cervello. La coscienza cerca di adattare se stessa alla situazione attraverso la suggestione, strutturando il suo passaggio attraverso le camere temporali. Il tempo sembra fluire lentamente, e gli eventi sembrano procedere naturalmente e logicamente con piccoli incrementi della variazione spaziale. In realtà il tempo resta lo stesso in ogni camera temporale, e il cambiamento è prodotto dall’alterazione della forma. Diminuendo la velocità della nostra coscienza, al punto così detto “normale”, non ci è possibile percepire le transazioni, e così restiamo inconsapevoli del cambio della forma, e solo di un soggettivo fluire del tempo, che misuriamo come movimento apparente, per esempio le lancette dell’orologio, la velocità orbitale dei pianeti, o i movimenti delle unità di vita organiche. Noi siamo abituati a vedere gli eventi come connessi, e siamo molto attaccati al senso e importanza del suono, sensazioni e attività, così come noi le abbiamo conosciute, cioè con la nostra coscienza simile a melassa….

Il “Libro tibetano dei Morti” –Bardo Thodol- è un insieme di istruzioni per i morti, vale a dire  per quegli zombi fissati nell’artificiale routine della vita quotidiana,  che un giorno forse si “risveglieranno” dal reame dei “morti che camminano”, e si troveranno in uno o l’altro di questi momenti eternizzati. Sicuramente saranno grati a testi come questo che possono aiutarli a passare da una camera all’altra, da un momento eterno ad un altro…

Il “Transito” è una zona di transizione attraverso gli indefinibili legami esistenti tra momenti eternizzati. Se potessimo –ripeto ancora una volta- rallentare le nostre percezioni del tempo, potremo facilmente vedere che l’eternità non è un tempo lungo, ma un momento congelato.

Una “Camera” è un’unità isolata di tempo oggettivo che viene esperito soggettivamente come un minuto, un’ora, un mese, un anno…
Muovendosi attraverso queste eterne camere temporali, soggettivamente si avrà un cambiamento della percezione del tempo dovuta ad una accelerazione o decelerazione della coscienza.
Da ciò possono insorgere vari problemi: innanzitutto perché il suono che sarà incomprensibile in senso ordinario, ci obbligherà ad imparare una nuova maniera di  ascolto, e la nostra attenzione dovrà estendersi verso l’esterno senso frammentarsi.
Dovremmo essere abili a concentrare, raccogliere, diffondere, porre e ritrarre  l’attenzione senza dipendere  dall’usuale modalità umana di percezione flusso temporale.
Secondariamente, dovremmo essere capaci di mantenere l’attenzione su diversi eventi allo stesso tempo ( attenzione diffusa, estesa, come quella del falco che insegue la lepre…), perché questi accadranno in un tempo soggettivo  relativamente lungo, quasi eterno, in particolare bisogna imparare una nuove tecnica conosciuta con il nome di “linguaggio lungo”. Dunque… nello stato eternalizzato, per rendere questi suoni comprensibili,  ci vorranno nuove orecchie e nuovo linguaggio.

Anche le sensazioni presentano lo stesso problema. Cosa ne è delle sensazioni quando queste sembrano sospese eternamente? Solo la consapevolezza che nel passaggio da una camera all’altra queste svaniscono, ci renderà tollerabile questa esperienza….
 E… delle attività che ne è? Tutte le azioni sono composte da blocchi di base che diventano estremamente evidenti quando noi acceleriamo dentro la scala percettiva dove questi blocchi di base dette azioni diventano visibili. Dobbiamo imparare a “vedere” in maniera nuova, solo così potremmo tollerare la ripetizione di queste forme di azioni di base.
Del pensiero…? Anche questi estremamente veloci eventi cerebrali diventeranno dolorosamente lenti, scomponendosi piano piano dalla loro elaborata struttura…
Tutto ciò ci porterà alla fine a sentirci come “sospesi nel tempo”, perdendo la nostra concentrata attenzione in qualche fissazione fenomenica, per poi trovarci improvvisamente espulsi da una camera in un’altra.

Vi è però la possibilità di imparare il metodo della transizione volontaria, e di questo si occupano le scuole serie, ed è l’unico vero senso del lavoro su sé stessi….

Una delle funzioni di ciò che è detto “rituale magico” è la ricognizione degli elementi di una camera temporale, vale a dire, quelle cose che formano il suo habitat incluso la macchina biologica umana, che può essere utilizzata come uno strumento grazie  al quale  è possibile transitare “morbidamente”…

Ogni singolo momento, dipende dal come la coscienza viene accelerata, può sembrare come eterno, senza alcuna possibilità di cambiamento e… di fuga! Questa terrificante visione, grazie a dei semplici esercizi dati nelle scuole di lavoro su sé stessi, può essere facilmente rimossa.

Una chiave per vivere nel mondo eternalizzato consiste nell’accelerare la coscienza fino a quando ogni momento è congelato, estendendosi simultaneamente  verso l’interno e l’esterno, sospendere tutte le attività, suoni e sensazioni in un infinito oceano di luce, dove tutto è appeso alla bilancia del silenzio e della quiete.

Nel mondo del transito, ci muoviamo intenzionalmente da una camera temporale ad un ‘altra, in maniera non-lineare, non- tempo/sequenziale, un non flusso temporale che forma se stesso in una serie di eventi isolati non necessariamente connessi.

Nella vita ordinaria questo può accadere molto raramente e per lo più grazie a grandi shock come per esempio un incidente mortale…
D’altronde la morte è il più grande shock della nostra vita, ed esso garantisce la produzione di questo effetto, cioè dell’accelerazione della coscienza, indipendentemente dalla nostra volontà.

Prendiamo come esempio una parte di una pellicola cinematografica, dove abbiamo singoli fotogrammi… nel momento in cui noi acceleriamo la coscienza, il tempo rallenta dandoci l’impressione di essere incapsulati in una camera isolata, come appunto in una visione della pellicola fuori dal proiettore fotogramma per fotogramma…. Il momento successivo non ha connessione, ne memoria del momento precedente, a meno che non abbiamo allenato noi stessi a “trasportare” la nostra memoria, superando la cancellazione della memoria a tempo corto, che produce l’effetto di un velo tra l’attenzione posta  in una camera e l’altra. La cancellazione di questa memoria a tempo breve o corto, che accade tra una camera e l’altra, può essere paragonata all’esperienza di sentire o raccontare una barzelletta o una storia, ed improvvisamente realizziamo di non essere capaci a ricordarci di ciò che stavamo dicendo o ascoltando…

Se potete semplicemente ricordarvi che la cancellazione di questa memoria a corto termine è un definitivo fattore di transizione, è possibile trasportare la memoria da una camera temporale in un’altra. Dovete soltanto ricordarvi che ogni cancellazione di memoria vi permette di rompere il velo sufficientemente per recuperare la memoria. Questo è una variazione al “Principio di Indeterminazione” di Heisenberg, dove l’osservatore altera l’oggetto osservato, come esattamente l’osservazione della macchina biologica umana nello studio di sé stessi, ha un effetto definito sul comportamento e attività della macchina sotto diretta osservazione.
In ogni camera temporale eternalizzata non esistono cause e susseguente effetto, ma solo “corrispondenze”, causa ed effetto accadono simultaneamente!

Tutto sembra connesso, e gli eventi accadono così come noi li pensiamo. Siamo così sintonizzati agli eventi che ci sembra di generarli dai nostri stessi  pensieri, vale a dire, gli eventi sembrano accadere come un’estensione esterna dei nostri stati d’animo e pensieri. In realtà questa è una delle funzioni prodotte da una accelerazione della coscienza. Nella coscienza ordinaria, gli eventi accadono molto prima che il cervello abbia avuto il tempo di produrre una rappresentazione olografica di essi, dandoci così la possibilità di un’ osservazione secondaria, e quando noi giungiamo a  vedere gli eventi, state sicuri di vedere solo un’ombra di essi, perché essi sono composti da una serie limitata di simboli e archetipi che formano la realtà generata dal nostro cervello tridimensionale, all’interno del  quale proiettiamo noi stessi come un carattere olografico solido,  che esperisce  ciò che il cervello ha scelto di presentare alla nostra attenzione.
In questa maniera ci sembra di avere un reale e soggettivo posto nel mondo, ma è solo nel mondo olografico prodotto dal cervello che noi abbiamo un corpo, una mente ed emozioni.

Nel mondo reale niente di tutto ciò esiste. Non c’è altro significato che quello imposto dal nostro potente bisogno di “dare un senso” su una sconnessa serie di eventi elettrici…. Una nave di incertezze in un oceano di selvagge improbabilità!
Quando noi vediamo  i fotogrammi isolati di una camera temporale proiettati rapidamente sopra la nostra coscienza lumacona, la vita sembra una serie di connessi eventi razionali che si susseguono  in rapido flusso naturale, dove  ci sembra che il cambiamento avvenga nel tempo anziché nello spazio, vale a dire che la forma, mentre transitiamo in un continuum spazio-temporale, sembra restare la stessa. In realtà in ogni camera temporale è il tempo che resta invariato, e il cambiamento viene prodotto da un’alterazione della forma.

Scopo del lavoro pratico su sé stessi consiste nell’imparare proprio questo, cioè ad accelerare volontariamente la coscienza.
Questa abilità non diventerà mai una cosa meccanica. Ad ogni “giro” voi avete l’opzione di cadere nel “sonno” della vostra vita ordinaria, quello stato inconscio che va a braccetto  con il flusso cosciente del tempo e il suo più fedele compagno, il conseguimento dei piaceri ordinari.

I bambini spesso hanno questo tipo di “esperienza”, che accade  in cicli periodici, come del resto molte altre cose in natura… ma quando i bambini crescono, diventano più condizionati, e perdono questa abilità di accelerare la coscienza alterando , cosciente e meno, il flusso del tempo.
Più si diventa vecchi  si ha una decelerazione della velocità della coscienza, e il tempo sembra scorrere molto più veloce di quando eravamo giovani.
     Mentre la sabbia del tempo soggettivo scorre via, e la coscienza decelera, producendo l’effetto di una accelerazione del flusso del tempo, l’urgenza di estendere artificialmente la propria vita diventa ricerca di fondamentale importanza, fino a quando non si raggiunge il momento statico…la morte.

Gli esseri umani ordinari sono profondamente pigri e inclini ad evitare gli sforzi, particolarmente quelli che riguardano l’attenzione, ed è per questo che preferisco “incontrarsi” per parlare di sviluppo delle potenzialità umane o altre cose esoteriche, tutto fuorché muovere le chiappe in una direzione precisa… quella del lavoro PRATICO su se stessi, e per  fare ciò non c’è bisogno di tante idee esoteriche…
Non bisogna credere che il “viaggio” è stato portato a termine perché si ha nelle mani un esatto e dettagliato itinerario. Le linee che sono state tracciate sulla mappa, hanno solo un senso se  chi la legge sa dove si trova esattamente ora in questo preciso momento. Bisogna innanzitutto cercare se stessi!  Il posto dove tu, caro lettore, ti trovi ora, è  il tuo vero stato di coscienza, con tutto quello che esso comporta. E’ da qui che devi cominciare a “vedere”. Ciò che gli altri dicono o scrivono sono delle speculazioni su degli  itinerari per un possibile viaggio.
Tutti i sistemi metafisici rassomigliano ad un vano piacere di un uomo che dedica tutto il suo tempo a leggere delle guide turistiche  e itinerari, mettendo insieme mappe, strade, e così facendo crede di viaggiare!
Fino ad oggi, i filosofi hanno raramente mosso il loro culo dal cervello sul quale si sono seduti, e se qualcuno di essi lo ha fatto difficilmente è riuscito a comunicarlo. Così ogni filosofia, anche quella più esoterica, lasciata da qualche grande maestro o chi per lui… alla fine non è per noi di nessuna utilità, perché è un gioco sterile. Tutto ciò che voglio dirvi può essere riassunto in solo due parole:
State Svegli.

Purtroppo quando la coscienza decelera ci si “addormenta”, ecco perché tutto il lavoro pratico su se stessi va innanzitutto inteso in questa direzione. Non c’è nessuna altra Via, ma non perché questa è l’Unica, ma perché tutto le vie –almeno quelle genuine- cominciano il loro lavoro proprio da questo punto. Soltanto dopo che avrete cominciato a praticare e vivere in questa maniera, comprenderete tutto quello che i mistici del passato hanno da sempre cercato di comunicarci.

La vita ordinaria è prevedibile, e anche se in qualche maniera si è diventati capaci di “tirarsi fuori” dall’ordinarietà della vita, difficilmente saremmo capaci di seguire il corso degli eventi, e con molta probabilità si continuerà a restare “paranoici” come siamo ora.

 

Il valore della Pura Attenzione per la Formazione mentale.
                             
La maggior parte del dolore ( = stati emotivi prodotti dalla macchina biologica umana con la quale non solo  identifichiamo noi stessi, ma anche la realtà.) causato dall’essere umano nel mondo, non deriva tanto dalla malvagità volontaria quanto dall’ignoranza, dalla negligenza, dall’irriflessione, dalla precipitazione e dalla mancanza di autocontrollo.
Molto spesso un solo momento di Presenza Mentale, avrebbe potuto evitare un lungo seguito di infelicità e di colpa. Facendo una pausa prima dell’azione ( accelerazione della consapevolezza, e decelerazione del movimento nello spazion-tempo…), entrando nell’atteggiamento di Pura Attenzione ( Visione diffusa, percezione diffusa, attività mentale diffusa….), si sarà in grado di afferrare quel decisivo ma breve momento in cui la mente non ha ancora adottato  una determinata linea di azione, ma è ancora disposta a ricevere abili indicazioni. Il momento seguente può cambiare completamente la situazione, attribuendo la supremazia finale ad impulsi contaminati e ad errati giudizi dall’interno, o a dannose influenze dall’esterno.
La Pura Attenzione rallenta, oppure blocca, il passaggio dal pensiero all’azione. Acquisire la capacità del “rallentamento” è un’arma efficace non solo per quanto scritto poc’anzi, ma anche per imparare ad agire in maniera non precipitosa nelle parole e nelle azioni della vita quotidiana.
Sviluppando con la pratica della Pura Attenzione la capacità di rallentare e fermarsi, la plasticità e la ricettività della mente cresceranno considerevolmente, poiché le reazioni di tipo indesiderabile non accadranno più automaticamente. Quando il predominio di queste reazioni abituali  –meccaniche-, che spesso vengono lasciate incontrastate e indiscusse, viene regolarmente sfidato, esse gradualmente perdono lo loro forza.

La Retta Presenza mentale recupera per l’essere umano la perla perduta della sua libertà, strappandola dalle fauci del dragone del tempo. La Retta Presenza mentale libera l’essere umano dalle catene del passato che egli scioccamente cerca di rinsaldare volgendosi dietro troppo frequentemente verso di esso, con occhi pieni di bramosia, risentimento o rimpianto. La Retta Presenza mentale impedisce all’essere umano di incatenarsi anche ora, mediante le fantasie delle sue paure e delle sue speranze, a eventi anticipati del futuro. La Retta Presenza mentale restituisce all’essere umano la libertà qui ed ora!

La poco lusinghiera autoconoscenza accumulata mediante la Pura Attenzione introspettiva, sugli squallidi e sconvenienti aspetti della nostra mente, provocherà una resistenza interna a uno stato di cose in cui chiarità e ordine si trasformano in disordine, e il prezioso metallo della mente è trasformato in scoria… Bisogna imparare a trasformare le perturbazioni della meditazione in oggetti di meditazione. Facendo completa attenzione ai nostri pensieri quando nascono, otterremo una migliore conoscenza dei nostri punti deboli e forti, cioè dei nostri difetti e delle nostre capacità. L’autoinganno verso gli uni e l’ignoranza verso le altre rendono impossibile la coltivazione di se stessi.

La Pura Attenzione ci istruisce nell’arte di “lasciar andare”, ci distoglie dall’attività e dall’abituale interferenza… nel mondo ma non del mondo.

La Chiara Comprensione  –Vipassana-, è la forma più alta della funzione liberatrice della mente.
E’ la comprensione diretta e penetrante dei Tre Caratteri dell’Esistenza, cioè: Impermanenza, Dolore e Impersonalità.

La natura della Chiara Visione è di essere libera dal desiderio, dall’avversione e dall’illusione, e di vedere chiaramente tutte le cose del mondo interno ed esterno come meri fenomeni (suddha-dhamma), cioè come processi impersonali.

Non bisogna però dimenticare il fatto che la Pura Attenzione generalmente può essere mantenuta soltanto per un limitato periodo di tempo nella vita ordinaria, a prescindere dai periodi espressamente dedicati alla sua applicazione. Ogni ora del giorno richiede delle attività dell’azione, della parola o del pensiero. In primo luogo vi sono le numerose esigenze di attività corporea o movimento, anche se è necessario soltanto un cambiamento di posizione… lo stesso dicasi per la comunicazione verbale ed i pensieri.
E’ la Chiara Comprensione (Sampajanna), il secondo aspetto della Retta Presenza Mentale, che riguarda gran parte della nostra vita, quella attiva. Uno degli scopi della pratica del Satipatthana è che la Chiara Comprensione dovrebbe gradualmente divenire la forza che regola tutte le attività, corporee, verbali e mentali. Il suo compito è di renderle piene di significato ed efficaci, conformi alla realtà, ai nostri ideali e alla nostra più alta comprensione. Il termine Chiara Comprensione si dovrebbe intendere come significante che alla chiarità della pura presenza mentale si aggiunge la piena comprensione del fine e della realtà, interna ed esterna o, in altre parole: la Chiara Comprensione è una corretta conoscenza (nana) o saggezza ( panna), basata sulla Retta Attenzione (Sati).

Mentre la Pura Attenzione cresce la predisposizione ed affina la sensibilità della mente umana, la Chiara Comprensione guida e a tempo stesso rafforza le energie realmente formative e creative. La Pura Attenzione contribuisce all’accrescimento, alla conservazione  e  raffinamento dell’intuizione. La Chiara Comprensione dall’altra parte, come una forza attiva, opera onde rendere la mente un perfetto strumento per la sua ardua opera di sviluppo armonioso e di liberazione finale. Essa educa, allo stesso tempo, a un opera disinteressata al servizio dell’umanità sofferente, donando il penetrante occhio della saggezza e la sicura mano dell’abilità che sono necessari per quella funzione.
Dunque il Satipatthana, nella totalità di ambedue i suoi aspetti, produce nella mente umana una perfetta armonia di ricettività ed attività. Questo è uno dei motivi per cui il sentiero del Buddha è detto “Mediano”.

 

I QUATTRO OGGETTI
DELLA
PRESENZA MENTALE.

1. Corpo, 2. Sensazione, 3. Stato Mentale, 4. Contenuti Mentali.

                                            Gli oggetti di Presenza Mentale riguardano tutto l’essere umano e l’intero campo della sua esperienza. Essi si estendono dal corpo e le sue funzioni alle sensazioni come pure ai processi e ai contenuti della percezione del pensiero. La Retta Presenza Mentale comprende nella sua sfera i più primitivi così come i più elevati aspetti di quell’essere complesso chiamato “uomo”: dalle funzioni che egli ha in comune con gli animali, fino alle somme altezze dei Fattori dell’illuminazione. L’opera di una pratica evolutiva (spirituale…) riceve nel Sentiero Mediano un ampio e sicuro fondamento, essendo basata sull’intera personalità. Senza un tale fondamento può accadere che ciò che è tralasciato, sottovalutato, trascurato o ignorato, si sviluppino potenti forze antagonistiche, che possono compromettere seriamente i risultati di u lungo lavoro spirituale.
Il seguace di una qualsiasi Scuola evolutiva dovrebbe da subito coltivare le quattro Contemplazioni, o Oggetti, della Presenza Mentale ogni qualvolta pervengono nella sfera della sua esperienza quotidiana. Questa pratica sistematica di meditazione, tuttavia, si incentra su pochi oggetti scelti tratti dalla Contemplazione del Corpo, ma gli altri oggetti di presenza mentale avranno ugualmente un’ampia opportunità di entrare nel raggio d’osservazione e dovrebbero ricevere allora una piena attenzione.

La serietà e la completezza del metodo si applicano anche ad altri campi, come illustrato in ciò che possiamo chiamare “Le istruzioni per la Pratica”, che vengono ripetute nel Discorso del Satipatthana dopo ogni singolo esercizio. Esse iniziano come segue: “Così egli dimora contemplando il corpo internamente (in se stesso…)esternamente (negli altri)… sia internamente che esternamente.
     Secondo questa prima parte delle Istruzioni, ogni singolo esercizio deve essere applicato dapprima a se stessi, poi agli altri e  infine ad ambedue. Questo triplice ritmo di ciascun aspetto della pratica ovviamente era considerato molto importante. Esso ricorre con diverse connessioni e applicazioni in vari “Discorsi” del Buddha ed anche nella posteriore letteratura Pali.

Ad esempio, quei tipi fondamentali di carattere formulati da Jung: introverso/estroverso, troveranno  attraverso questo metodo la maniera di compensare le deficienze risultanti da contemplazioni parziali. La naturale conseguenza di questa triplice applicazione della pratica sarà che ogni tipo caratteriale correggerà la sua insufficienza finché non si raggiunga un equilibrio ideale. Questo metodo della Retta Presenza mentale, così come praticato nel Sentiero Mediano, in effetti fornisce a ogni tipo estremo ciò di cui è privo, e lo fa in una forma accettabile e comprensibile a ognuno.

Si deve notare, tuttavia, che nel sistematico sviluppo meditativo della Chiara Visione soltanto gli oggetti interni vengono assunti e condotti al centro della Pura Attenzione. E’ così perché soltanto i propri processi corporei e mentali sono accessibili all’esperienza diretta. E’ alla conoscenza per esperienza diretta (paccakka-nana), nel senso più stretto, che si mira, e che è il tratto distintivo della meditazione buddista della Chiara Visione (Vipassana-bhavana). Inferenza, riflessione ecc..
Sono completamente escluse all’inizio della pratica, e solo in una fase posteriore possono ricevere in essa uno spazio limitato, come una sorta di intermezzo, quando l’inferenza è condotta dall’osservazione meditativa delle realtà presenti, agli eventi passati e futuri dello stesso tipo. La Presenza Mentale sugli oggetti esterni, tuttavia, può e dovrebbe essere coltivata fuori dalla stretta pratica della meditazione.

Il secondo modo di applicazione dei singoli  esercizi procede analogamente in un triplice ritmo: è l’attenzione verso (1) l’origine, (2) la dissoluzione, (3) sia l’origine che la dissoluzione. L’osservazione dell’origine e della dissoluzione può essere usata vantaggiosamente  per evitare e confutare certe teorie speculative. La credenza dell’annullamento (nichilismo filosofico,  materialismo…) è contraddetta dalla realtà dell’origine, mentre la credenza dell’eternalismo ( teismo, panteismo, realismo ingenuo…) viene contraddetto dalla realtà della dissoluzione.

IL corpo esiste, la sensazione esiste, ecc…, ma nessun sé separato, nessuna personalità stabile o anima. Queste parole indicano i risultati in termini di analisi profonda, cioè la visione realistica delle cose come realmente sono.
“Egli vive indipendente e si aggrappa  al nulla.” Questo indica l’atteggiamento di distacco che ne risulta. La liberazione dalla schiavitù intellettuale e irrazionale, teorica e pratica, eliminando le false opinioni (ditthi) e la brama ( tanha). La natura di quando esposto  in questa ultima parte, consiste appunto nel combinare la profondità con la semplicità e, di conseguenza, esse sono sentite come soddisfacenti a qualsiasi livello di comprensione. La loro azione sulla mente è al tempo stesso tranquillizzante e stimolante: tranquillizzante, placando i dubbi e i conflitti, conferendo quella sensazione di profonda soddisfazione di cui abbiamo parlato; stimolante, mediante la loro profondità o, come si può anche dire, con il loro orizzonte in espansione.

Procediamo ora con l’esame delle singole Contemplazione ed esercizi, esposti nel discorso del Satipatthana:

  1. La Contemplazione del Corpo

(Kayanupassana)

1. Presenza Mentale del Respiro.

La sezione della Contemplazione del Corpo inizia con: “Presenza Mentale nell’inspirare ed espirare (anapana-Sati).” E’ un esercizio di presenza mentale, e non un esercizio di respirazione come il Pranayama dello Yoga induista. Nel caso di questa pratica, non c’è alcun controllo del respiro, ma soltanto una tranquilla pura osservazione del suo flusso naturale, con un’attenzione stabile e salda, ma disinvolta e serena, cioè senza tensione o rigidità.
Il respiro è sempre con noi. Dunque noi possiamo, e dovremmo, volgere ad esso la nostra  attenzione in ogni momento libero o vuoto durante la giornata.
La Pura Attenzione sul respiro non solo è efficacissima nel pacificare l’agitazione o l’irritazione corporea e mentale, ma anche un valido strumento per le fasi iniziali della concentrazione e della meditazione. Per giungere tuttavia a un più avanzato grado di concentrazione, o anche per conseguire la completa acutezza mentale negli “Assorbimenti meditativi” –Jhana-, la Presenza Mentale del Respiro non è affatto un metodo facile ma. Proprio per questo più degno di attenzione.

Il progresso in quel più elevato livello di pratica può condurre alle quattro fasi dell’Assorbimento meditativo, e anche a conseguimenti superiori. Circa questa ampia fase della pratica, la tradizione buddista dice: “La Presenza Mentale del Respiro assume il primo posto fra i vari soggetti di meditazione (Kammatthana).

Il respiro si trova al limite fra le funzione corporee volontarie e involontarie, e dunque offre una buona occasione per estendere la sfera del controllo cosciente del corpo. In questo modo, la Presenza Mentale del Respiro è in grado di contribuire a questo parziale compito del Satipatthana che può essere formulato con le parole di Novalis: “L’essere umano dovrebbe diventare un perfetto strumento di se stesso!” 

Benché, secondo la tradizione, la Presenza Mentale sul Respiro sia considerata essenzialmente un soggetto per la meditazione sulla Tranquillità (samatha-bhavana) , cioè per produrre gli Assorbimenti meditativi, essa può, tuttavia, essere usata anche per lo sviluppo della Chiara Visione ( Vipassana-Bhavana); poiché nella respirazione, usata come un oggetto di Pura Attenzione, l’ondeggiare dell’Oceano dell’Impermanenza, il suo continuo flusso e riflusso, possono essere meglio osservati.

La Presenza Mentale del Respiro contribuirà anche a una generale comprensione della vera natura del corpo. Come, nell’antico pensiero mistico, il respiro veniva identificato con la stessa forza vitale, così la tradizione buddista considerava il pensiero come rappresentativo delle funzioni corporee (Kaya-Sankhara). Nell’evidente evanescenza del respiro percepiamo l’impermanenza del corpo; nella pesantezza, nella brevità o nella tensione del respiro, o nei disturbi degli organi respiratori, diventiamo  consapevoli del dolore associato con il corpo; nel respiro come manifestazione del vibrante, o elemento Vento (Vayu-Dhatu), diviene evidente la natura del corpo in quanto attivata da processi impersonali, vale a dire l’assenza di qualunque sostanza nel corpo; la dipendenza del respiro dall’efficiente funzionamento di determinati organi e, da’altra parte, la dipendenza del corpo vivente dal respiro, mostrano la natura condizionata del corpo. Così la Presenza Mentale del Respiro conduce ad una comprensione del corpo e al distacco da esso risultante da tale comprensione.

Colui che ha compreso che di per sé ogni cosa è vuota,
è molto vicino a comprendere ciò di cui ogni cosa è piena.

 

2. Presenza Mentale delle Posizioni del Corpo.

    Nell’applicazione generale di questo esercizio, nel corso della propria vita ordinaria, suo primo scopo è di accrescere la consapevolezza del proprio momentaneo comportamento corporeo quando si cammina, si sta fermi, seduti o coricati. Spesso avviene che il preoccuparsi dei pensieri volti al fine del camminare, cancelli completamente la piena coscienza dell’atto del camminare; e che, facendo attenzione unicamente all’attività compiuta stando fermi o seduti, non vi può essere alcuna attenta consapevolezza di quelle due stesse posizioni. Benché, nella vita ordinaria, non sarà possibile né desiderabile essere coscienti delle posizioni, tuttavia una pratica di questa consapevolezza delle posizioni sarà salutare anche per molti motivi pratici. Volgendo la propria attenzione alla posizione, ogni fretta nervosa del camminare sarà limitata; inutili e dannose distorsioni del corpo nel caso delle altre posizioni, saranno evitate, o corrette, è perciò quei difetti di posizione con i quali la scienza medica ha a che fare , saranno prevenuti. 
IL movimento controllato del corpo è necessariamente l’espressione di una mente che domina se stessa.
Riguardo allo scopo ultimo del Satipatthana, la Presenza Mentale delle Posizioni procurerà un’iniziale consapevolezza della natura impersonale del corpo e contribuirà ad un’interiore alienazione da esso. Nel corso della pratica, si giungerà a considerare le posizioni con la stessa indifferenza con cui si considerano i movimenti automatici di una marionetta a grandezza naturale. Guardano alle posizioni con tale distaccata obiettività, l’abituale identificazione con il corpo comincerà a dissolversi.

 

3. Chiara Comprensione.

                                     La Chiara Comprensione si estende a tutte le funzioni del corpo: oltre alle quattro posizioni, alle azioni del guardare, del chinarsi, dello stendersi, del vestirsi, del mangiare, bere, espellere, parlare, tacere, del vegliare e del dormire. I principi generali di questa pratica, il suo fine e il suo valore, sono stati descritti in precedenza. Per riassumere brevemente: la pratica della Chiara Comprensione insegna l’azione prudente e avente uno scopo, (1) per fini pratici, (2) per la finalità del progresso della Via, (3) per una graduale fusione della vita quotidiana nella pratica spirituale, (4) per un approfondimento dell’intuizione dell’impersonalità dei processi corporei, visualizzandola nell’esperienza quotidiana, (5) per il conseguente distacco dai processi corporei.

Nell’esercizio precedente, la Presenza Mentale accompagna le posizioni mentre vengono assunte, registrando semplicemente il loro verificarsi. A differenza da esso, il primo e il secondo tipo di Chiara Comprensione (Fine-Opportunità) esercitano un’influenza diretta sulle varie attività corporee. L’esercizio precedente consisteva in una piena, ma solo generale consapevolezza delle posizioni e del loro carattere impersonale. Il quarto tipo di Chiara Comprensione (Realtà) può anche comprendere una più dettagliata analisi dei processi conseguenti, portando perciò ad una più profonda penetrazione della loro natura impersonale.

 

4. Le parti del Corpo.

                           Questa contemplazione apre, come se fosse un bisturi, la pelle di questo nostro corpo, ed espone alla vista ciò che è nascosto sotto di esso. Questa dissezione mentale dissolve l’idea imprecisamente sostenuta  dell’unità del corpo, mostrando le sue varie parti; essa rimuove l’illusione della bellezza del corpo, rivelando le sue impurità. Quando si visualizza il corpo come uno scheletro vagante appena coperto di carne e pelle, o  quando lo si vede come un agglomerato di parti stranamente conformate, si sente una scarsa inclinazione a identificarsi con il cosiddetto corpo, o a desidera quello di un altro essere.
Se, nella visualizzazione delle Parti del Corpo, si può ottenere una discreta concentrazione mentale, senza essere distratti nella repulsione o attrazione emotive, si sarà in grado di conseguire, nel corso di questa pratica, un crescente distacco dal corpo e una facile emancipazione dalla sensualità. Benché questo abbia una natura transitoria e imperfetta finché non si raggiunga la seconda e terza fase del Sentiero della Realizzazione ( Arahatta- cioè lo stato di colui che ritorna una volta sola –sakadagami-, e di Colui che non ritorna- anagami-), la diligente pratica di questa contemplazione, nell’ambito della struttura generale della Presenza Mentale, sarà un’ utile approssimazione a quell’altro fine. L’abilità ottenuta nel ricorrere rapidamente e velocemente ad essa ci sarà di grande vantaggio, se,  nella vita pratica, ci si vuole contrapporre a una forte e sconvolgente attaccamento al proprio corpo ( ad esempio, in una grave malattia o in un serio pericolo) o si vuole resistere alle tentazioni sensuali.

Questa contemplazione , tuttavia, non è diretta a una repressione delle sensazioni di attrazione corporea mediante la produzione della repressione  emotiva, o repulsione, ma tende e termina in un’agevole alienazione del corpo. Benché questa contemplazione delle Parti del Corpo sia a volte chiamata meditazione del disgusto, l’umore prodotto dalla sua corretta pratica non è violenta repulsione o tristezza, di serena calma o anche di allegria derivante da un’equilibrata osservazione analitica.
Da questa contemplazione possono trarre beneficio anche coloro che non vogliono abbandonare i “piaceri della carne”, ma desiderano ottenere una maggiore capacità di controllo sulle reazioni emotive e sensoriali( dunque dagli impulsi bio-elettrici e dagli  stimoli ormonali prodotti dalla macchina biologica umana). L’abitante della città moderna, è ora sottoposto a un vero fuoco di fila di sollecitazione sensoriale, diretto particolarmente all’istinto sessuale. I canali mediante i quali esso lo raggiunge, sono molteplici. Il cittadino di media cultura può infischiarsene, può non prenderli sul serio. Egli si riterrà superiore a tutto ciò, anche se prende parte a questo gioco equivoco per quel tanto che esso lo soddisfa o lo diverte. Ma, nel suo quotidiano ripetersi, il sottile impatto sulla sua mente conscia e inconscia sarà più forte di quanto non possa apparirgli, e può causare profondi graduali mutamenti nella sua intera conformazione mentale, dal punto di vista emotivo, etico, intellettuale, a meno che non vi sia una determinata autoprotezione contro queste insidiose influenze. Qui la Contemplazione delle Parti del Corpo può dimostrarsi utile costruendo una difesa conscia e inconscia contro l’infezione.

 

5. I Quattro Elementi.

                                   Questa pratica continua la dissezione del corpo in componenti di natura sempre più impersonale, riducendo a quelle quattro primarie manifestazioni della materia che esso ha in comune con la natura inanimata. Il risultato sarà egualmente l’emancipazione, l’alienazione e il distacco, come pure una più intensa consapevolezza dell’assenza di ego nel corpo.
Come esercizio propriamente detto, l’Analisi del Corpo nei Quattro Elementi (Dhatu-vavatthana)  ha sempre goduto un’alta considerazione nella tradizione buddista perché funge da efficace demolizione dell’apparente compattezza e sostanzialità del corpo ( istruzioni dettagliate per la pratica di questa meditazione vengono fornite nel Cap. XI del Visuddhi-Magga.). Benché nella pratica metodica del Satipatthana come è descritta nel quinto capitolo, questa meditazione non figuri come esercizio separato, tuttavia risulterà una profonda conoscenza, in particolare dell’Elemento della Vibrazione (o Aria, Vayo-Dhatu) che è uno dei maggiori trattati nei due fondamentali soggetti alternativi raccomandati: il movimento addominale e il respiro. Per il meditatore diventerà chiaro che i tratti caratteristici e le funzioni dell’Elemento Aria o Vibratorio all’interno del corpo, come sono formulati nella tarda letteratura esegetica del buddismo pali, non sono materia di mera deduzione, astrazione o speculazione ma sono basati sulla vera esperienza meditativa. Anche la natura degli altri tre elementi principali guadagnerà in chiarezza, nel corso della pratica assidua.

 

6. La Comprensione del Cimitero.

                                                          O si conseguono gli oggetti reali di queste contemplazioni per osservazione diretta o, se ciò non è possibile, gli oggetti vengono osservati mediante un’intesa visualizzazione. Esse mostrano il corpo morto, in varie vasi di decadimento. Si propongono di risvegliare, in una natura appassionatamente sensuale, il disgusto verso l’oggetto del suo desiderio ( benché, in certi casi, altri metodi possono mostrarsi più opportuni.). Queste meditazioni metteranno in rilievo l’auto-inganno del considerare e dell’amare “Mio” questo corpo che domani può appartenere agli elementi o, come una preda, agli uccelli e ai vermi. Queste contemplazioni faranno anche acquistare familiarità con la realtà della morte.

Note conclusive sulle Contemplazioni del Corpo.

Gli esercizi della sezione ora conclusa, sulla Contemplazione del Corpo ricoprono ambedue i tipi di pratica: appartengono in  parte ala Pura Attenzione e in parte alla Chiara Comprensione.
Come carattere comune a tutti questi esercizi abbiamo constatato che essi conducono a un DISTACCO nei confronti del corpo,  sorto dall’osservazione della sua natura e da una reale comprensione di essa. Il distacco dà ai suoi oggetti, padronanza come pure libertà. Ciò risulta vero anche nel caso del corpo. Nessuna mortificazione del corpo è qui richiesta per affermare il dominio della mente su di esso. Oltre agli estremi della mortificazione e della sensualità conduce il sentiero Mediano, la semplice, realistica e non- coercitiva Via della Presenza Mentale e della Chiara Comprensione, che porta padronanza e libertà.

 

2. La Contemplazione della Sensazione.

(Vedanupassana)

Il termine Pali “Vedana”, qui reso con “sensazione”, significa, nella psicologia buddista, appunto la sensazione piacevole, spiacevole o neutra di origine fisica o mentale. Non è usato, come nella nostra lingua, nel senso di “emozione”, che è un fattore mentale di natura molto più complessa.
La sensazione, nel senso suddetto, è la prima reazione ad ogni impressione sensoriale e, perciò, merita la particolare attenzione di coloro i quali aspirano al dominio sulla mente. Nella Formula della Produzione Condizionata (Paticca-Samuppada) mediante la quale il Buddha mostra la condizionata “produzione di tutta questa massa condizionata di dolore”, l’Impressione Sensoriale è detta la condizione principale della Sensazione (phassa-paccaya-vedana), mentre la Sensazione da parte sua, è la condizione potenziale della Brama e, di conseguenza di un più intenso attaccamento (vedana-paccaya tanha).
Questo, dunque, è un punto cruciale nella produzione condizionata del Dolore, poiché è a questo punto che la sensazione può dar luogo ad un’emozione passionale di vari tipi; ed è qui dunque, che si può riuscire a spezzare questa fatua concatenazione. Se, nel ricevere un’impressione sensoriale, si è capaci di fare una pausa e fermarsi alla fase della sensazione, e  di renderla, proprio nel suo primo stadio di manifestazione, oggetto della Pura Attenzione, la sensazione non sarà più in grado di dare  origine alla Brama o ad altre passioni. Essa si fermerà ai semplici giudizi “gradevole”, “sgradevole” o “neutro”, dando alla Chiara Comprensione il tempo di entrare in azione e di decidere sull’atteggiamento o sull’azione da adottare.
Il ruolo decisivo della sensazione nel continuum mentale renderà comprensibile il perché del fatto che la Comprensione della Sensazione ha nelle scritture buddiste un posto di uguale importanza nella sfera mentale come quello che la Contemplazione dei Quattro elementi ha nei confronti del corpo.

 

3. La Contemplazione dello Stato Mentale.

(Cittanupassana)

Anche qui, la mente viene posta di fronte al chiaro specchio della Pura Attenzione. L’oggetto di osservazione è qui la condizione e il livello della mente, o della coscienza, in generale, come si presenta in quel dato momento. A livello di formazione mentale generale, il principale beneficio della Contemplazione dello Stato Mentale risiede nel suo essere un efficace modo di auto-esame che conduce a una crescente capacità di autocoscienza. Qui c’è ancora una semplice registrazione dello stato mentale, o in retrospezione oppure, ogni volta che sia possibile, in un immediato confronto con il proprio umore o stato mentale. Questo metodo di lasciar che i semplici fatti di osservazione parlino e compiano il loro impatto sulla mente, sarà più salutare ed efficace di un metodo introspettivo che si impegni in argomenti interni di autogiustificazioni e autoaccuse, o in un’elaborata ricerca di “motivi nascosti”. Questi ultimi metodi di autoesame possono ( ma non devono necessariamente) condurre a seri difetti o ostacoli nello sviluppo del carattere, che variano secondo i diversi tipi di persone. Utilizzando il metodo della semplice e pura registrazione, non solo si possono evitare tutti quei rischi che possono sorgere con l’utilizzo delle tecniche qui sopra accennate, ma grazie ad un’applicazione regolare, può facilmente diventare una naturale funzione mentale, libera dall’artificialità e dall’interesse egocentrico. Tale esame favorisce l’onestà verso se stessi che è indispensabile per il progresso interiore e per la salute mentale.

Nella maggior parte dei casi l’essere umano evita con cura di osservare con attenzione la sua mente, per timore che la visione delle sue colpe e dei suoi difetti possa disturbare la sua compiacenza di sé o recare un serio danno alla sua auto-considerazione. Ma se, in certe occasioni, non gli resta altro che prendere in esame le sue colpe, tende a rendere plausibile quella sgradevole verità nel modo più rapido possibile. Con tale atteggiamento egli si renderà incapace di frenare la ricomparsa e la crescita di questi caratteri indesiderabili. D’altra parte, anche le buone qualità umane, particolarmente quelle che sono ancora deboli, dovrebbero ricevere una completa attenzione al loro apparire; ciò incoraggerà il loro sviluppo. Nella rigorosa pratica meditativa, la Contemplazione dello stato Mentale aiuterà a valutare il proprio progresso o i propri insuccessi, ad esempio la mente concentrata o meno. Inoltre, i puri giudizi formulati in questa contemplazione saranno di aiuto nell’affrontare interruzioni e altri disturbi durante la meditazione. Se c’è ad esempio, ira per un rumore che disturba, il puro giudizio “ mente dotata di ira”, sarà spesso in grado di dissolvere il senso di irritazione, sostituendo uno stato emotivamente agitato con uno stato non emozionale di autoesame. Tale procedura inoltre, devierà l’attenzione all’originale disturbo (il rumore) e sposterà la direzione della mente da quegli oggetti esterni verso quegli interni.

 

4. La contemplazione dei Contenuti Mentali.

( Dhammanupassana)

Con la regolare pratica di quest’ultima delle quattro contemplazioni, gli oggetti mentali (Dhamma- che qui ha questo specifico significato), cioè i contenuti del pensiero, assumeranno le forme di pensiero del Dhamma nel senso dell’insegnamento del Buddha sulla realtà e la liberazione. A questo scopo, i cinque esercizi dati in questa sezione del Discorso forniscono una sufficiente scelta di tali forme di pensiero o termini dottrinali che sono in accordo con la vera visione, e daranno alla mente una naturale inclinazione verso il fine della liberazione. Essi dovrebbero essere assorbiti il più possibile nei modelli di pensiero della vita quotidiana, e dovrebbero sostituire quei concetti che non possono sostenere l’esame critico della Retta Comprensione, e sono troppo intimamente legati a nozioni e fini estranei alla Via della Presenza Mentale.

Il primo esercizio riguarda i cinque Ostacoli Mentali (Nivarana) e il quarto dei sette Fattori dell’Illuminazione (Bojjhanga): in altre parole, questi due esercizi riguardano rispettivamente le qualità da abbandonare e la qualità da acquisire. Altre qualità da abbandonare sono indicate nel terzo esercizio ( sulle sei basi dei Sensi), sotto il termine di Legami (Sanyojana).
La prima parte del primo e del quarto esercizio appartiene alla pratica della Pura Attenzione. Il contenuto di questi passi è in breve il seguente: se uno degli Ostacoli Mentali o un Fattore di Illuminazione è presente o assente nel meditante, egli dovrebbe essere pienamente consapevole di questo fatto. Alla Pura Attenzione appartiene ugualmente la seguente parte del terzo esercizio: “… e quale legame sorge in dipendenza da quei due (cioè occhio e forme) che egli ben conosce.”
Tutti e tre i summenzionati passi che formulano un puro giudizio sulla presente condizione della coscienza sono, propriamente parlando,  parti della Contemplazione dello Stato Mentale. Qui essi servono come indispensabile preparazione alla seconda fase di tutti e tre questi esercizi. In questa seconda fase, l’avveduta e pienamente discriminante Chiara Attenzione viene impiegata nei seguenti compiti: 1) evitare, vincere provvisoriamente e infine annientare i rispettivi Ostacoli e Legami, 2) produrre e sviluppare i Fattori dell’Illuminazione. Per ambedue questi compiti, l’uno negativo e l’altro positivo, è indispensabile un’intima conoscenza delle condizioni che contribuiscono al prodursi e al non prodursi dei rispettivi stati mentali.
Questi tre esercizi (il primo, il quarto e il terzo nella sua seconda fase…) si riferiscono alla conoscenza della mente e allo sviluppo mentale.
Il secondo, il terzo (nella sua prima fase…), e il quinto esercizio, che riguardano le cinque Categorie di Attaccamento (Upadana-kkhandha), le sei Basi dei Sensi ( Ayatana) e le Quattro Nobili Verità (Sacca), circoscrivono la realtà nella sua interezza, ciascuno nel suo modo particolare, e da un diverso punto di vista.
Questi tre esercizi consentiranno al meditatore di portare le sue esperienze quotidiane, che sono abitualmente riferite ad un sé stabile che non esiste, in conformità con la vera natura della realtà che non comprende alcunché di statico o eterno, sia esso personale o impersonale. Il linguaggio convenzionale Sammuti), basato sulla credenza in una personalità stabile, è qui trasformato nei termini ultimi (Paramattha) o reali del Dhamma. In questo modo, le singole esperienze di vita possono essere poste in relazione al Dhamma come un tutto, e possono essere fissate le loro opportune collocazioni nell’ambito del sistema della dottrina.
Dopo aver spiegato pienamente ogni esercizio dato nel Discorso (Satipatthana), il Commento lo pone sempre in relazione con le Quattro Nobili Verità. Ad esempio : “ Qui la Verità del Dolore è la presenza mentale che risiede nell’inspirazione e nell’espirazione. La Brama che precede quella presenza mentale e la produce è la Verità dell’Origine. Il non verificarsi di ambedue è la Verità della Cessazione. Il puro Sentiero della comprensione del Dolore, dell’abbandono dell’Origine, dell’assumere come oggetto la Cessazione, è la Via della Verità”.
Questa è una illustrazione molto singolare del modo in cui la Contemplazione dei Contenuti Mentali può essere applicata nella vita quotidiana: ogni volta che le circostanze permettono di badare attentamente e coscientemente a ogni avvenimento, grande o piccolo, ci si dovrebbe riferire alla Quattro Nobili Verità. In questo modo, si sarà capaci di giungere a un più stretto contatto con il postulato che la vita dovrebbe diventare lo stesso che la pratica spirituale, e la pratica spirituale diventare vita  appassionata.
Così il mondo dell’esperienza comune che è così ciarliero, dove si tratta di consenso o rifiuto mentale, ma affatto taciturno riguardo al linguaggio della chiara visione liberante, diventerà sempre più articolato ed evocatore.

 Le Tre Contemplazioni della sensazione, dello stato mentale e dei contenuti mentali riguardanti la parte mentale dell’essere umano, convergono, come la Contemplazione del Corpo, nella concezione centrale del Dhamma: l’Anatta, il Non-sé. L’intero Discorso sui Fondamenti della Presenza Mentale (Satipatthana)  può essere considerato un’istruzione teorica e pratica di vasta portata per la comprensione di questa verità liberatoria dell’ANATTA, avente i due aspetti di assenza di ego e di vacuità di sostanza. La guida fornita dal Satipatthana produrrà non soltanto una profonda e completa conoscenza di questa verità, ma anche, come è chiaramente dimostrato attraverso i molteplici esercizi, della sua immediata visualizzazione che da sola conferisce un potere il quale trasforma la vita e la trascende.

L’indicazione della VIA verso la meta più alta non è fatta di fredda indifferenza; non è un semplice causale additare la strada, né un semplice “pezzo di carta” con una complicata mappa fornita da alcune astruse scritture o presunta scuola esoterica, cacciata in mano a quelli che avevano bisogno di una guida esperta e di un “soccorritore”. I pellegrini non sono lasciati con i loro mezzi ( se mai ne conoscevano uno…) proseguire la loro strada con i corpi emaciati e le menti confuse. L’indicazione della Via del Buddha ( da non confondere con il buddismo…) per esempio, comprende il riferimento alle provviste necessarie per quel lungo viaggio –provviste che, di fatto i pellegrini portano con sé senza esserne coscienti, nel loro muto stupore-.
Il Buddha enfaticamente proclamò più volte che l’essere umano è in pieno possesso di tutte le risorse necessarie per l’aiuto a se stesso. Il modo più semplice e più comprensivo in cui egli parlò di queste risorse è questo metodo del Satipatthana. La sua essenza può essere racchiusa nelle parole: “ Sii mentalmente presente!”, che vuol dire:  “Sii presente alla tua mente”, e perché?
La mente accoglie tutto:  il mondo del dolore e la sua origine, ma anche la sua cessazione finale e il sentiero che porta a ciò.
Il Satipatthana, che riguarda sempre questo presente momento cruciale di attività mentale, deve essere necessariamente un insegnamento di fiducia in se stessi. Ma la fiducia in se stessi deve essere gradualmente sviluppata perché gli esseri umani, non sapendo come maneggiare lo strumento della mente, si sono abituati a fare affidamento sugli altri o sull’abitudine; e, a causa di ciò, questo splendido strumento, la mente umana, è, di fatto, divenuto incerto per la negligenza. Perciò la strada dell’autodominio che il Satipatthana mostra, comincia con i semplici passi che anche il più diffidente degli uomini può compiere.

Il Satipatthana, con quella semplicità che si addice a un insegnamento che si rifà all’unica vera Via, parte, di fatto, da molto poco: da una delle più elementari funzioni mentali, l’ATTENZIONE, o PRESENZA MENTALE. Questa è infatti così consueta e familiare che ogni essere umano, se solo volesse, potrebbe facilmente basare su di essa i primi passi della fiducia in se stesso. E altrettanto familiari sono i primi oggetti di questa attenzione:  essi sono i compiti e le piccole attività della vita di ogni giorno. Ciò che fa per loro la Presenza Mentale, è: trarli fuori dai loro canali abituali e classificarli per una più attenta verifica e miglioramento.

Il Satipatthana reintegra la SEMPLICITA’ e la NATURALEZZA in un mondo che diventa sempre più complicato, problematico e basato su espedienti artificiali.

Il Satipatthana insegna all’essere umano come far fronte a tutta questa confusa complessità della sua vita e dei suoi problemi: nel suo primo caso, fornendogli ADATTABILITA’ e FLESSIBILITA’ mentale, con rapidità di risposta appropriata nelle situazioni mutevoli, con l’abilità nell’applicare il giusto mezzo.

Quanto alle complicazioni suscettibili di riduzione, il Satipatthana sostiene l’ideale della semplicità dei bisogni. Porre in rilievo questo ideale è oggi più urgente in vista della dannosa tendenza moderna a creare artificialmente, a propagandare e a condizionare per sempre nuovi bisogni.

Diamo ora uno sguardo alle complicazioni interne evitabili, o almeno ad alcune di esse. Qui il Satipatthana insegna come controllare e perfezionare il principale strumento dell’essere umano… la mente.

Una frequente fonte di accrescimento di complicazioni interne ed esterne è un’inutile e gratuita interferenza. Ma uno che sia veramente presente mentalmente si occuperà in primo luogo delle sue condizioni mentali. Il desiderio di interferire sarà efficacemente frenato mediante l’acquisizione dell’abitudine della Pura Attenzione, che è in diretto contrasto con l’interferenza. La Chiara Comprensione, guida ad un’azione circospetta, esaminerà poi con cura il fine e l’opportunità di una deliberata interferenza, e per lo più consiglierà di lasciarla cadere.
Molte complicazioni interne sono causate da atteggiamenti esterni della mente e da un dissennato uso delle varie coppie di opposti che agiscono nella vita. L’arrendersi ad atteggiamenti estremi di qualsiasi natura limiterà la propria libertà di azione e di pensiero, e la capacità di una reale comprensione; esso riduce l’indipendenza e le possibilità di un efficace aiuto pratico e spirituale a se stessi. Con l’ignoranza delle leggi che governano le coppie di opposti o con il parteggiare per l’uno o per l’altro degli estremi nel loro eterno conflitto, si diventerà una debole pedina delle loro periodiche manovre. Il Satipatthana è una Via “mediana” che conduce al di sopra e al di là degli estremi degli opposti. Esso corregge uno sviluppo unilaterale colmando le lacune e riducendo l’eccesso.

Come esempio si possono citare due tipi caratteriali quali sono stati formulati e poi elaborati da C.G.Jung: l’introverso e l’estroverso, che in parte comprendono altri opposti simili come il tipo contemplativo e l’attivo, il solitario e il socievole… il carattere di Via di Mezzo è così radicato nel Satipatthana che questo metodo è, di fatto, capace di attrarre come pure di compensare i due tipi.
I principianti della meditazione saranno spesso “dolorosamente” coscienti della disparità a volte considerevole tra la condizione della mente durante la vita ordinaria e durante il limitato periodo dedicato alla pratica spirituale. Attraverso il Satipatthana questo distacco viene ridotto e infine colmato da una graduale fusione della vita e della pratica, che sarà di beneficio ad ambedue. Molti, scoraggiati dalla disparità di cui si parla sopra, e dal fallimento dei loro sforzi, hanno lasciato la strada della cultura mentale e dell’aiuto spirituale a se stessi, e si sono arresi a credenze che insegnano che l’essere umano può essere salvato soltanto dalla grazia.

Un’altra fonte di complicazioni interne è la potente e imprevedibile influenza del subconscio. Ma attraverso la Pura Attenzione risulterà un naturale, intimo e più amichevole contatto con esso, dovuto alla crescente familiarità con le  più sottili vibrazioni del corpo e della mente, e sostenuto dall’atteggiamento dell’aspettare ed ascoltare, che evita ogni grossolana e dannosa ingerenza con il mondo del subconscio.
Nel suo spirito di fiducia in se stessi, il Satipatthana non richiede alcuna tecnica elaborata o espedienti esterni. La vita quotidiana è il suo materiale di lavoro. Esso non ha niente a che fare con culti o riti esotici, né conferisce iniziazioni o una conoscenza esoterica in qualche modo diversa dall’autoliberazione.
Il Satipatthana non richiede un completo isolamento o una vita monastica, in ogni caso occasionali periodi di isolamento sono tuttavia utili soprattutto per rompere con la dipendenza della propria meccanicità, che può essere vista solo “dal di fuori”.

 

ISTRUZIONI GENERALI
PER LA PRATICA DEL SATIPATTHANA.

E’ un principio fondamentale del metodo Satipatthana che il praticante debba compiere i primi passi sulla salda base della propria esperienza. Egli dovrebbe imparare a vedere le cose come veramente sono, e dovrebbe vedere da se stesso. Non dovrebbe essere influenzato da altri che gli forniscono suggerimenti o consigli su ciò che può “vedere” o ci si aspetta che veda. Perciò in un corso pratico di Satipatthana non si danno spiegazioni teoriche, ma soltanto le pure istruzioni su ciò che si deve o non si deve fare, all’inizio della pratica. Quando, dopo una certa pratica iniziale, la presenza mentale diventa più intensa, e il meditatore diviene consapevole dei caratteri del suo oggetto di presenza mentale, che fino ad allora erano rimasti inosservati, il maestro di meditazione può, in casi individuali, decidere non semplicemente di dire ( come al solito), “Continua”, ma indicare brevemente la direzione verso la quale l’attenzione del discepolo può essere rivolta con profitto. E’ uno degli svantaggi  di un’esposizione scritta che neppure queste indicazioni possono essere fornite, dato che dipendono necessariamente dal meditatore individuale all’inizio della sua pratica. Tuttavia, se le istruzioni date vengono seguite fedelmente l’esperienza del meditatore stesso diventerà il suo Maestro!

Equilibrio, fiducia in se stessi e un atteggiamento attento e vigile sono i caratteri di questa pratica meditativa. Un vero maestro di Satipatthana sarà molto riservato nel suo rapporto con quelli che istruisce; egli eviterà di cercare di impressionarli con la sua personalità e di farli suoi discepoli. Non farà ricorso ad alcun mezzo atto a indurre autosuggestione, trance ipnotica o una pura esultanza emotiva. Coloro i quali impiegano tali mezzi, per se stessi o per altri, dovrebbero essere riconosciuti quali residenti in un sentiero contrario alla Via della Presenza Mentale.

Nella sua prima fase, il metodo mira a un discernimento dei processi corporei e mentali (nama-rupa-pariccheda) nella propria personalità mediante la propria esperienza. Una sempre più intensa consapevolezza della natura di questi processi, e una rafforzata concentrazione, si risolverà in una profonda intuizione dei tre Caratteri dell’Esistenza –Impermanenza,Dolore, Assenza di Ego-, che conduce gradualmente al conseguimento dei Gradi di Santità (Magga –Phala), cioè alla liberazione finale. L’avvicinamento a quel fine ultimo conduce attraverso i Sette Gradi di Purificazione (Satta- Visnuddhi) che sono trattati nel Sentiero della Purificazione di  Buddhaghosa.   

 

Postura:
           
La più nota di tutte le posizioni yoga, con le gambe del tutto incrociate, il Padmasana o posizione del Loto, è piuttosto difficile per la maggior parte degli occidentali. Benché sia vantaggiosa per le meditazioni miranti a un pieno assorbimento (jhana) essa è di minor importanza per la pratica del Satipatthana.

Nel VIRASANA ( posizione dell’eroe) la gamba sinistra piegata è posta a terra, e la gamba destra sopra di essa, con il ginocchio destro che poggia sul piede sinistro, e il piede destro sul ginocchio sinistro. Non c’è un’incrociarsi delle gambe, ma solo un piegarsi.

Nel SUKHASANA (la posizione comoda) ambedue le gambe piegate sono poste ugualmente a terra. Il tallone del piede sinistro poggia fra le gambe; le dita del piede sono fra la piega del ginocchio della gamba destra che fornisce in qualche modo il sostegno esterno alla gamba sinistra. Dato che non c’è alcuna pressione su alcun membro, questa posizione è la più comoda.

I vantaggi a lungo termine di una posizione con le gambe incrociate sono così notevoli, che verrà la pena di compiere sforzi nell’addestrarsi a una di tali posizioni.

Il tronco dovrebbe essere mantenuto eretto, ma non in maniera rigida. Il capo è leggermente piegato in  avanti e lo sguardo dovrebbe posarsi dolcemente dove cadrebbe spontaneamente.

In Oriente, le meditatrici di sesso femminile non siedono in una delle due posizioni qui sopra menzionate. Esse si inginocchiano su cuscini ampi e ben imbottiti, sedendo sui talloni, le mani poggiate sulle ginocchia.

 

L’atteggiamento mentale.
                                      
 Il fine della pratica meditativa che si descrive qui, è il più alto che offra l’insegnamento del Buddha. Perciò, la pratica dovrebbe essere intrapresa con un atteggiamento mentale che giovi a tal fine. Nelle scuole buddiste si prende per esempio il “Triplice Rifugio”, tenendo in mente il vero significato di questo atto.

Io camminerò ora nel Sentiero percorso dai Buddha e dai Grandi Santi Discepoli. Ma una persona indolente non può seguire questo Sentiero. Che la mia energia prevalga! Possa io aver successo.”

Per  il dominio e la crescita della mente si deve fare uno sforzo. Se appena ne la necessità. Perché non farlo ora? La strada è chiaramente tracciata.”

“Possa ciò che io ottengo portare benessere a me e a tutti gli esseri. La mente reca tutta la felicità e tutto il male. Per vincere il male, io ora entro nel Sentiero della Presenza Mentale.”

 

Programma della pratica.
1.      Addestramento della Presenza Mentale:

Durante un corso di rigoroso addestramento, il tempo della pratica consiste dell’intera giornata, dalla mattina alla sera. Ciò non significa che il meditatore debba badare a un unico, cioè primario, soggetto di meditazione. Benché debba certamente dedicare ad esso quanto più può del giorno e della notte, vi saranno naturalmente delle pause tra i singoli periodi di pratica principale.  Ma anche durante questi intervalli, la fune trainante della Presenza Mentale, non deve essere fatta cadere. La Presenza Mentale di tutte le attività e percezioni dovrebbe essere mantenuta tutto il giorno al grado più alto possibile, iniziando con il primo pensiero, e terminando con l’ultimo pensiero, prima di cadere addormentati. Questa Presenza Mentale generale inizia con, e mantiene come sua parte centrale, la consapevolezza della posizione appena assunta, di ogni cambiamento  ( compresa la precedente intenzione di cambiarla!), di ogni sensazione connessa con la posizione, con la pressione, cioè la coscienza del contatto (Kaya-vinnana), e di ogni percepibile sensazione di dolore o di benessere ( contemplazione della sensazione).
Mentre si compiono le attività quotidiane, si dovrebbe anche osservare i pensieri erranti che interrompono il flusso della Presenza Mentale (Contemplazione della Mente: “Mente non concentrata”), di brama, come quando si mangia (Contemplazione della mente dotata di brama) Ostacolo del Desiderio sensuale, o Legame che si produce attraverso la lingua e i sapori, ecc…

Tale dettagliata applicazione della Presenza Mentale implica un notevole rallentamento dei propri movimenti che può essere mantenuto soltanto durante questi corsi intensi.
Ma ricordatevi di ciò che ho scritto prima sull’accelerazione della coscienza…..

 

2. La pratica fondamentale con oggetti scelti:
                                                                       Dopo che si è prestata attenzione con cura alle varie attività normali del mattino, ci si prepara sul cuscino di meditazione, essendo consapevoli della propria precedente intenzione di “sedersi”. Ora si volge la propria attenzione al regolare flusso dell’aria che entra ed esce dalle narici, oppure al movimento di espansione e contrazione dell’addome. L’attenzione è diretta alla leggera sensazione provocata dall’aria che entra e che esce alla base delle narici, oppure nel caso dell’addome alla leggera pressione causata da quel movimento,  ma non tanto osservando visualmente. Questo costituisce l’oggetto primario (mul arammana)  della Presenza Mentale.
Si deve comprende che non si può pensare ai movimenti dell’addome, ma mantenersi nella pura osservazione di quel processo fisico, essendo consapevoli del suo regolare andare e venire, in tutte le sue fasi. Si dovrebbe cercare di mantenere questa consapevolezza senza interruzione, ovvero senza un’interruzione inosservata. La chiara visione alla quale tende il metodo, si presenterà alla mente in modo spontaneo, come risultato naturale, o frutto maturo, di una crescente Presenza Mentale.

“La conoscenza si produrrà da sé” – nanam sayam eva uppajjissati-

La conoscenza verrà nella misura in cui, attraverso un affinata consapevolezza, appariranno i caratteri dei processi osservati ai quali fino ad allora non si era prestata attenzione.

Se nascono delle spiacevoli sensazioni, torpore alle gambe, dolori, stanchezza, si può cambiare posizione, prestando però attenzione all’atto del cambiare. Ci si può alzare  e ricorrere ad un ATTENTO CAMMINARE, restando consapevoli delle singole fasi di ogni passo. La sestupla divisione di queste fasi com’è fornita, ad esempio, nel Commento al Discorso, sarà troppo elaborata per il principiante. E’ sufficiente osservare tre (A) o due fasi (B).

A; Sollevamento, Spinta,deposizione.
B: Sollevamento, deposizione del piede.

Nei Discorsi del Buddha incontriamo un passo che ricorre frequentemente, che dice: “ Di giorno, e nella prima e terza vigilia della notte, egli purifica la sua mente da pensieri ostruttivi, camminando in su e in giù…”

Nel corso dell’intera giornata, si dovrebbe prestare attenzione al fatto se queste interruzioni dell’Attenzione sono state osservate subito dopo il loro verificarsi, o se, e per quanto tempo, ci si è lasciati trasportare da pensieri erranti, prima di riprendere l’originale oggetto di presenza mentale. Si dovrebbe osservare subito queste interruzioni, e poi tornare al proprio oggetto originale.
La  frequenza di queste interruzioni naturalmente diminuirà quando, nel corso della pratica, aumentano la calma e la concentrazione. La crescente abilità di questa pratica di immediata consapevolezza dell’interruzione dell’attenzione sarà un prezioso aiuto nel frenare le contaminazioni mentali (kilesa) non appena esse nascono.

Non ci si dovrebbe concedere di essere irritati o scoraggiati dal nascere di pensieri disturbanti o indesiderabili, ma si dovrebbero semplicemente assumere questi stessi pensieri disturbanti come (momentanei) oggetti della propria presenza mentale, rendendoli così parte della pratica (attraverso la contemplazione dello Stato mentale). Se poi dovessero nascere e persistere sensazioni di irritazione circa il proprio stato menale distratto, le si deve trattare sempre allo stesso modo; cioè, assumerle come un’occasione di Contemplazione degli oggetti mentali: l’Ostacolo dell’avversione, o dell’agitazione e dell’inquietudine.

Lo stesso metodo dovrebbe essere utilizzato alle interruzioni dall’esterno. Se cioè ad esempio, un rumore che disturba, lo si può sinteticamente percepire come suono…. Poi si dovrebbe tornare alla meditazione interrotta. Se il rumore è forte e persistente e impedisce di prestare attenzione all’oggetto di meditazione, si può, finché il rumore non cessi, continuare ad assumerlo come oggetto  di presenza mentale, cioè come una delle ei basi dei sensi, nel contesto della Contemplazione degli oggetti mentali: “Egli conosce l’orecchio e il rumore, e conosce il legame (fastidio) che si produce in dipendenza da ambedue…”
Nelle oscillazioni del suono si può osservare l’andare e il venire, nel suo intermittente ricorrere, la sua origine e la sua scomparsa, e la sua natura condizionata diventeranno chiare.

In questo modo i disturbi della pratica meditativa, possono essere trasformati in utili oggetti di pratica.

Un calmo sforzo sostenuto, senza badare eccessivamente al disagio fisico, è raccomandato, particolarmente durante un corso di pratica intensiva e rigorosa. Spesso, quando non ci si cura della prima comparsa di stanchezza, si scopriranno dietro di essa nuove risorse di energia. Dall’altra parte, non si dovrebbe giungere agli estremi, e ci si dovrebbe riposare quando lo sforzo cessa di essere utile.

Quando la vigilanza cresce si deve anche prestare particolare attenzione ai propri pensieri o stati d’animo di soddisfazione/insoddisfazione. Essi sono i semi di più forti forme di attrazione/avversione, e di sentimenti di orgoglio/inferiorità, esaltazione o depressione. E’ dunque importante prendere conoscenza di essi, per osservarli e fermarli in tempo. Si dovrebbero evitare, anche i futili pensieri del passato e del futuro, poiché il Satipatthana riguarda il presente.

“Chiunque o monaci, abbia sviluppato e frequentemente praticato la Presenza Mentale del Corpo, sono in ciò comprese per lui tutte le cose benefiche che conducono alla saggezza.”
-Kayagatasati Sutta-

“ Se il Corpo non è dominato ( con la meditazione, Abhavito.), la mente non sarà dominata; se il  corpo è dominato, la mente è dominata.” –Maha-Saccaka Sutta.- 

Nel “Sentiero della Purezza” (Visuddhi Maga) si dice:

    “Se, dopo aver prestato attenzione ai processi corporei, si assumono i processi mentali, ed essi non si rivelano chiaramente, il meditatore non dovrebbe abbandonare la pratica, ma dovrebbe ripetutamente comprendere, esaminare, assumere e definire proprio i processi corporei.

Se il corporeo diventa per lui pienamente distinto, non confuso e chiaro, i processi mentali che hanno come oggetto quel processo corporeo diventeranno chiari per se stessi.

Poiché i processi mentali diventeranno chiari soltanto a colui il quale ha compreso il corporeo con piena chiarità, ogni sforzo di comprendere i processi mentali dovrebbe essere compiuto soltanto mediante la comprensione del corporeo, non in altro modo…”

Estratto dal “Bodhicaryavatara”  - L’entrata nella Vita dell’illuminazione-

Quanti uomini malvagi potrei uccidere? Il loro numero è sconfinato come il cielo. Ma se si elimina il pensiero dell’ira, si uccidono tutti i nemici.

Le circostanze esterne non possono essere difese con un atteggiamento di questo tipo. Ma se io difendo la mia mente, di quale altra protezione avrò allora bisogno?

Con (l’osservare) il mio corpo io studierò (l’Insegnamento): a cosa serve il (mero) studio delle parole? Può un uomo malato curarsi leggendo delle ricette.

 

Cos’è realmente l’illuminazione?
                                                    
Dal punto di vista del cervello, l’illuminazione sembra implicare un rimodellamento ( riformattazione)  delle rete neuronali. Mentre prima queste erano aree del sistema nervoso sconnesse e non comunicanti, l’illuminazione genera un’integrazione delle vie nervose grazie alle quali noi pensiamo e sentiamo. I nostri cervelli  multipli diventano uno solo. La neocorteccia (la parte pensante), il sistema limbico, il talamo (parte  emotiva) e il midollo allungato (parte intuitiva – inconscia), raggiungono una modalità di comunicazione intercellulare che prima non esisteva –se non in modo latente-.
Viene dunque passata una soglia, probabilmente spiegabile in termini sia di trasformazione elettrochimica cellulare che di crescita di nuove terminazioni nervose.
Sebbene il risultato sia un nuovo stato di coscienza, il processo si realizza comunque in termini neurofisiologici. A sua volta, esso crea una nuova modalità di percezione, che conduce alla scoperta di forme logiche non-razionali (ma non per questo irrazionali), forme cioè multi-livello, integrate, simultanee, invece che lineari, sequenziali, duali, frazionarie.

 

Samadhi e Satori.
                              
Coloro che sono familiari con la terminologia dello Zen e dello Yoga, potrebbero chiedersi che  relazione esiste tra lo stato conosciuto con il nome di “Satori” e “Samadhi”  e il conseguimento dei livelli superiori di coscienza. La risposta è che ne il Satori ne il Samadhi rappresentano una condizione. Essi possono spaziare da una breve esperienza del quarto livello di coscienza, ad una profonda esperienza del quinto livello di coscienza. Il Satori è il risultato psicologico della pratica dello zazen conosciuta con il nome “guardare la parete”, che combinata con estenuanti lavori fisici,  e alcuni tipi di esercizi particolari, tra i quali la pratica totale delle arti marziali, induce l’oggettiva consapevolezza del Sé, caratteristica del quarto livello di coscienza. Il Satori non è per niente una condizione tipica dello stato di Trance, ma un nuovo modello di consapevolezza.
Samadhi è uno stato di coscienza esistente oltre ai nomi e  alle forme, per questa ragione, non può essere descritta i parole. “Come del sale che disciolto nell’acqua diventa uno con essa, così quando ATMA e la Mente diventano Uno, abbiamo ciò che è conosciuto con il nome di Samadhi.”

Tutti i fenomeni del mondo, e tutti gli schemi della mente sono soltanto creazioni dei pensieri. Scartare questi pensieri, ed eliminare tutte le congetture,  si ottiene la pace interiore. Quando la mente perde il suo senso di identità, fondendosi con il tutto, la mente diventa quel tutto. Quando si rompe la dicotomia tra oggetto da conoscere e conoscenza, come il sale che sciogliendosi nell’acqua diventa uno con essa, allora si è realizzata quella prima condizione necessaria per iniziare veramente il lavoro pratico su se stessi  e conseguente liberazione. Illuminare la propria cella, non ci libera dalla nostra condizione di carcerato, e se la mente non è abbastanza forte per digerire ciò che vede, si può anche dare di matto… tra la pazzia e liberazione c’è solo un sottile velo.

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